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KULTURKAMPF

Tutte le opere recensite all’interno di questo spazio sono disponibili presso il nostro Circolo Librario ARDENTE. Per richiederle inviare una e-mail all’indirizzo ardenteverona@libero.it oppure info@progettonazionaleverona.it.
Il Circolo librario pubblica periodicamente un bollettino con le ultime novità del catalogo; anche questo è possibile richiederlo agli indirizzi sopra citati.

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Vita spericolata di Abert Spaggiari di Giorgio Ballario, Idrovolante Edizioni, Roma 2016, pp.gg. 303 pagine, € 15

Diciamoci la verità, chi non ha mai sognato almeno una volta nella vita di fare il “colpo grosso”? Uno solo, ma decisivo, quello che ti sistema per tutta la vita; magari ci sarà chi l’ha sognato da ragazzino, qualcun’altro avrà accarezzato il pensiero un po’ più da grandicello…ma chi, tra i pochi che sanno di chi sto parlando, non ha mai immaginato di vivere la vita di Albert Spaggiari?

Ma non solo, perché Bert, (come lo chiamavano gli amici) è stata sì la mente del colpo del secolo, ma non solo questo; è stato un uomo con un altissimo senso dell’onore, maturato, durante un’infanzia problematica, fatta di prese in giro per il suo cognome troppo “italiano” nei vari collegi in cui è stato, dove le uniche cose che apprezzava erano le divise, che gli ricordavano uniformi militari e le immense biblioteche, in cui si immergeva nella lettura di libri avventurosi di cui si immaginava il protagonista, ma anche in letture di autori “maledetti” come Céline che lo hanno portato a capire molto presto quale sarebbe stato il suo modo e il suo stile di vivere la vita; tutto, ma non una vita piatta; tutto, ma non una vita comoda come la maggior parte delle persone vivono; lui è sempre stato diverso dagli altri, lui era destinato a ben altro.

Bert lo dimostra già a sedici anni, quando dopo aver letto le gesta del bandito Giuliano – ai suoi occhi rivoluzionario nazionalista che combatte per la sua piccola Patria, la Sicilia – scappa di casa, deciso ad “arruolarsi” nell’esercito di colui che anni dopo definirà talmente grande che persino Che Guevara al suo cospetto sarebbe sembrato un ragazzino…Viene però arrestato dai Carabinieri sui monti attorno a Palermo prima di poter realizzare il suo intento, ma prima di essere rispedito in Francia, in carcere, conosce due nazisti tedeschi ancora prigionieri di guerra (siamo nel 1949) e un inglese, che come lui voleva unirsi al guerrigliero siciliano: un corso a dir poco intensivo, di politica e criminalità che lo segnerà per sempre. Tornato a casa, coltiva ancora il desiderio di tornare in Sicilia, ma la notizia della morte del suo idolo gli fa propendere per un’altra strada.

A diciassette anni si arruola nell’Esercito e da parà, vivrà l’epopea francese in Indocina, partecipando a vari combattimenti; la guerra, quella eroica che immaginava però non la troverà, ne troverà invece il sangue, il fango e il sudore.

Tornato in Patria, uno come Bert non può restare insensibile alla questione più importante che negli anni sessanta i francesi si trovano a vivere e cioè la questione algerina; il dover lasciare la storica colonia, abbandonando al loro destino i pieds noir – cioè i francesi che da generazioni vivono nel paese nord africano – è per molti transalpini inconcepibile, nasce così l’OAS, una organizzazione paramilitare segreta che con una serie di attentati sia in Algeria che in Francia, vuole rivendicare il possesso della storica colonia; Bert ne entra a far parte – non sarebbe potuto essere altrimenti – e per questo verrà arrestato.

Bert ora fa il fotografo di cerimonie, ha un piccolo negozio ed è sposato, ma tutt’altro che felice, con un “curriculum” come il suo non poteva certo accontentarsi della vita che stava vivendo…Era un uomo d’azione e l’atto che lo consegnerà alla storia, ha inizio il 19 luglio del 1976, quando comincia lo scasso alla filiale della Société Générale (banca fondata dalla famiglia Rothschild…) di Nizza, che pubblicizzava la sua sicurezza paragonandola a quella di Fort Knox.

In realtà tutto era iniziato mesi prima: appostamenti, sopralluoghi, verifiche dei sistemi di protezione, tra cui l’espediente di affittare una cassetta di sicurezza dove mettere una sveglia regolata per suonare a mezzanotte per capire se l’allarme all’interno della camera blindata fosse sismico o meno.

Ovviamente un colpo del genere non poteva essere affrontato in solitaria, chiede così, e ottiene, l’appoggio della “rinomata” malavita marsigliese, ma intelligentemente non si affida totalmente a loro, all’azione parteciperanno infatti alcuni Camerati di cui si fida ciecamente, tra i quali un Falangista spagnolo e un parà mercenario italiano.

Lo scasso prevede l’avvicinamento alla banca attraverso le fogne di Nizza e successivamente la perforazione della parete blindata della camera che contiene le cassette di sicurezza; circa un mese e mezzo di lavoro tra liquami nauseabondi e ratti, che li condurrà all’obbiettivo finale che alla fine varrà il controvalore attuale di circa trenta milioni di euro, aprendo solo 371 cassette di sicurezza su oltre 4000!

Quando la polizia (chiamata dai dipendenti della banca che non riescono ad entrare nella camera blindata) entrerà il mattino dopo sul luogo del delitto, troverà un bivacco di quasi due giorni, lasciato da più persone, cibo, vino e mozziconi di sigaretta…e una frase, scritta da Bert, che lo accompagnerà per tutta la vita entrando nella storia: sans haine, sans violence et sans arme ossia, senza odio, senza violenza, senza armi.

Dopo una breve latitanza, una soffiata farà arrestare alcuni complici che faranno subito il suo nome. Catturato dalla polizia che fino ad allora brancolava nel buio, diventerà una star mediatica; la maggioranza dell’opinione pubblica simpatizza per lui, che incarna perfettamente il Robin Hood moderno, avventuriero spavaldo e ironico, simpatico guascone. Fin da subito traspare il fatto che lo scasso non lo ha fatto tanto per il denaro, ma per il gusto di farlo, per compiere un’impresa che sembrava impossibile; lui lo giustifica anche dicendo che l’intenzione era quella di aiutare i Camerati italiani (e non solo) latitanti.

Bert non si trova certo a suo agio tra le mura della prigione e pensa presto come uscirne; l’occasione si presenta durante uno dei numerosi interrogatori nell’ufficio del magistrato che segue il suo caso: come in un film d’azione, salta dalla finestra dell’ufficio dove si stava svolgendo l’interrogatorio, dopo un balzo di alcuni metri “atterra” rocambolescamente sul tetto di un auto in sosta (danneggiandola, ma facendo successivamente recapitare un assegno al proprietario per la riparazione) e fugge a bordo di una moto guidata da un complice che lo stava aspettando, voltandosi a salutare col suo sorriso beffardo.

La lunga latitanza si svolgerà in varie parti del mondo, ma prevalentemente in Brasile; qui tra un cocktail ad Ipanema ed una cena a Copacabana metterà sempre sotto scacco la giustizia francese con travestimenti e documenti falsi; si godrà la vita tra belle donne e bei vestiti, anche se del bottino beneficerà solo in minima parte.

Così quando i soldi cominceranno a scarseggiare e con loro comincerà ad andarsene la salute, si ritirerà in Italia, più precisamente in una baita di un paesino vicino a Feltre, dove con la sua nuova compagna passerà le giornate in maniera semplice, con la mente sempre rivolta però ad una nuova avventura, ad un nuovo colpo.

La lunga malattia lo porterà alla morte a soli 57 anni intensissimamente vissuti, ma come nel suo stile anche la fine non gli impedirà di compiere l’ultimo sfrontato atto di sfida della sua vita, l’ultimo schiaffo alla giustizia francese che nel frattempo più per ripicca che per il reato compiuto, lo condannerà all’ergastolo…ma per scoprirlo dovrete leggere questo bellissimo e suggestivo libro – edito dalla giovane  ma promettentissima editrice Idrovolante – dedicato ad uomo davvero fuori dall’ordinario!

Sergente Cypress

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VERONA “amore sacro” nell’opera di ezra pound di Antonio Pantano, Edizioni della Vitanova, Verona 2015, ppgg. 94, € 12

“Perchè Verona? Verona è forse la più bella città del nord Italia. La chiesa di San Zeno è perfezione ultima. Ergo Verona.”

L’amore di Ezra Pound per Verona si concretizza in un’intuizione, che durante o dopo la lettura del libro sentiamo di condividere, in quanto attinente alla vita di tutti i giorni, nel momento in cui ci fermiamo e semplicemente contempliamo piccoli spezzoni del nostro quotidiano.

A Verona, quasi come una sorta di verità pronta per l’uso, nascosta dietro l’indifferenza di quel turismo di massa che confluisce nella città scaligera dai tempi poundiani ad oggi  e vaga fotografando qua e là ignaro di tutto, Pound trova quell’ “anello che non tiene” che gli ha permesso di staccarsi da quel cieco conformismo, per lasciare che si aprisse davanti a lui un piccolo concetto, un tenue solletico alla mente, chiave di accesso e fondamenta di una delle teorie economiche più forti e riconosciute mai elaborate da Pound: la denuncia dello scandalo storico dell’usura, cardine su cui si basa il pensiero etico- economico di Pound.

Di qui Verona diventa sua, una sorta di musa ispiratrice che spesso comparirà citata nelle sue opere e “cardine del genius loci poundiano”, come la definisce Pantano.

Pantano ci parla di Ezra Pound attraverso i luoghi più significativi per il poeta durante il suo soggiorno veronese tra il 1898 e il 1929, la Biblioteca Capitolare, il Ristorante Dodici Apostoli e la Basilica di San Zeno, esprimendo emotivamente come questi luoghi suscitassero nella mente di Pound pensieri e riflessioni profonde e decisive.

La Biblioteca Capitolare è il luogo dove Pound studia le opere di Guido Cavalcanti che, insieme a Dante è il fulcro per elaborare il suo concetto di poesia.

La poesia per Pound non è un mero rimeggiare, ci ricorda Pantano, ma , partendo appunto dai concetti della poesia classica, che ha in Dante e Cavalcanti i suoi maggiori esponenti, elaborare il tutto.

Un vero poeta per Pound deve conoscere la storia e, soprattutto, la storia dell’economia, perché i rapporti umani sono inclusi nell’economia e l’economia non è altro che “il buon governo della casa”. Se manca questa conoscenza, per Pound è inutile fare il rimatore. È proprio a Verona che Pound inventa il criterio moderno della poesia: analisi della storia nei secoli, finalizzata a trarre delle conclusioni di natura poetica.

Per esprimere al meglio la musicalità delle sue poesie, ricorse ad una modalità di scrittura singolare e propria solo delle sue composizioni, come appare nel seguente canto ispirato a Confucio:

In “La Primavera e Autunno”

                                   non

                                     ci

                                  sono

                                 guerre

                                 giuste.

 

Scrittura sempre rigorosamente rispettata anche nelle citazioni dal libro di Pantano.

Insomma per Pound il poeta è un uomo che si deve interessare a tutto, anche al sociale ed è da questa sua convinzione che alla fine del ’24 espresse fiducia verso il legittimo governo mussoliniano, constatando in prima persona la mutazione radicale e rivoluzionaria avvenuta rispetto all’Italia del primo e secondo decennio del secolo da lui così stigmatizzata: “ove tutto era in vendita, tutto si poteva noleggiare, persino i membri del governo”, senza però mai essere dichiaratamente fascista. Fu grazie a questa erronea attribuzione che alla figura e all’opera di Ezra Pound, per un lungo periodo, fu imposto un vero e proprio apartheid morale e dottrinario. Sicuramente Pound, poeta razionale e di elevatissima qualità morale, colse nelle realizzazioni generali ed in particolare nelle riforme profondamente spirituali in campo sociale introdotte in Italia dal fascismo, elementi innovativi e di assoluta validà.

L’apartheid morale e dottrinario imposto a Pound “in quanto fascista”, fu infranto in campo alto accademico e dottrinario da Giacinto Auriti che, come racconta puntualmente Pantano, nel periodo in cui ebbe la cattedra di Teoria Generale del Dirittto all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Pescara, tenne un corso sui problemi dell’usura internazionale e planetaria e sulla speculazione monetaria, inserendo nelle sue lezioni svariati concetti poundiani , uno tra questi: “…Dire che uno stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri.”

“ADAMINUS/ DE SCO/ GEORG/ IO.ME/ FECI/T.”

È il 1911, e Pound , visitando la cripta di San Zeno, scopre un autografo inciso sul capitello di una colonna.

Di qui l’intuizione che gli permise di elaborare considerazioni economiche fondamentali.

Dal momento che uno scalpellino del Medioevo firma un capitello, vuol dire che l’artigiano aveva un valore e che la fattura artigianale surclassa la produzione in serie, oppressa da opportunismo economico e monetario. L’artigiano dunque non è soggetto alle regole del mercato “liberale” imposte dagli usurai. Da quest’intuizione veronese di Pound, nasce la denuncia dello scandalo storico dell’usura, che confluisce nei Cantos, un’opera poetica dove i riferimenti a Verona sono numerosissimi e dove Pound evidenzia a pieno la sua idea di poesia imprescindibile dall’economia e possiamo definire i Cantos un vero e proprio trattato di economia.

Pantano riporta il Canto XLV:

“Lo scalpellino è privato della pietra,

il tessitore del telaio

                       CON USURA”

e cita le considerazioni che seguirono dalle osservazioni delle colonne in San Zeno.

In un clima di “usurocrazia” (termine poundiano), si sarebbe lesinato sul materiale necessario per scolpirle e di conseguenza “con usura”, l’artista sarebbe stato privato del suo estro.

La colonna avrebbe mantenuto la sua funzione ma, “con usura”, sarebbe mancata l’originalità e la qualità dell’opera.

E Verona ritorna anche con un bellissimo e altrettanto forte riferimento ad Ezzelino da Romano “che non credè che il mondo fu creato da un ebreo. Se d’altro scatto io non fossi reo, poco t’importa ora”, come viene riportato nell’opera di Manlio Torquato Dazzi Ecerinis.

Ezzelino, signore di Verona e ghibellino, sposatosi con Selvaggia, figlia di Federico II, proprio a San Zeno, rappresenta, secondo la dotta analisi di Pantano, l’antagonista al partito della “Calunnia Guelfa”, rappresentato dal vertice usuraio di un Borgia, Sisto IV, che Pound, grazie all‘Ecerinis di Dazzi, chiama “Figlio d’usuraio”.

Il Ristorante 12 Apostoli è lo scenario nel quale si svolgono le serate con Manlio Torquato Dazzi, l’amico poeta che contribuì alle ricerche sul Cavalcanti, che portarono Pound alla Biblioteca Capitolare di Verona e Pantano ci racconta che lasciò dei foglietti autografati, ritrovati nel 1922, proprio all’interno dell’opera “Canzoni, Ballate e Sonetti” di Cavalcanti.

Proprio Dazzi, il 30 settembre 1929, inviterà Pound per un tè a casa del direttore editoriale di Mondadori, Vittorio Enzo Alfieri, presentandolo ai commensali come “una specie di Marinetti americano”.

In quest’occasione, Pound incontra anche il filosofo Benedetto Croce, che avverso alla politica del Fascismo e segnato anch’egli dalla negativa peculiarità di buona parte dei critici e dei cattedratici italiani, intrisi di preconcetta ignoranza verso le avanguardie culturali, lo ignorerà in quanto ritenuto vicino al fascismo, senza però trovare stima alcuna da parte di Pound che lo definirà “(…) un nemico della letteratura italiana (senza volerlo), sviando l’attenzione in questioni irrilevanti o almeno collaterali”.

Di data posteriore (1945), ma con moltissimi riferimenti a Verona, sono i Pisan Cantos, che Pound scrisse in un campo di sterminio americano appena fuori Pisa, chiuso in una gabbia esposta alle intemperie, in quanto considerato un nemico del regime statunitense e quindi un nemico della “democrazia”.

Nei Pisan Cantos, Pound coglie il totale disfacimento dei valori morali e di quell’umanesimo che fu, come ci dice Pantano, “cardine della cultura per cinquecento anni.

Dallo scempio dei corpi di Ben e Clara avvenuto a Milano, alla distruzione irreversibile dell’Europa vista come un’enorme tragedia che pende sulle “spalle ricurve del contadino”.

Qui Pantano sottolinea lo scetticismo quasi provvidenziale di Pound su una possibile ricostruzione dell’Europa in un’età di pace, in quanto troppo avulsa dalla oppressione della volgarità del denaro.

Torna Verona, musa della sua denuncia all’usura, nel Canto LXXIV:

“…San Zeno le

colonne firmate dal loro artefice

gli affreschi di San Pietro e la Madonna in Ortolo

e “fa di claritate l’aer tremare”

come nel manoscritto della Capitolare

Trattoria degli Apostoli (dodici)”

Canto di denuncia dei “danni creati dal costo del denaro determinato dagli usurai e dalla sovranità loro ceduta da politicanti disonesti e servili” come spiega Pantano.

E il canto prosegue:

“ogni banca di sconto è infamia radicale

derubando il pubblico per lucro individuale privato”

e poi:

“lo stato necessita non chiedere prestiti”

 

Verona città poundiana ingiustamente ricordata solo per l’evento giudiziario che si concluse con la tragica fucilazione di “personaggi politici che furono responsabili nel rango storico di potere vissuto” è invece la culla, come sottolinea Pantano, dei 18 punti programmatici della Repubblica Sociale Italiana.

Per quanto riguarda il punto sul Diritto alla proprietà, come riferisce Pantano, Ezra Pound enuncia che è proprio diritto “alla” e non “della” proprietà, in opposizione a quanto sostenuto nei secoli dalle confessioni religiose.

Il contributo di riconoscimento, se non di gratitudine, da parte di Verona verso il grande poeta e filosofo appare all’Autore del libro del tutto insufficiente e, a questo proposito, cita le numerose lapidi dedicate a Shakespeare, che mai visitò la città, pur rendendola immortale nei suoi poemi e la completa indifferenza verso un Cultore della storia e della poesia della città che visitò, conobbe e visse profondamente.

“Uomini siate, non distruttori”

La frase che conclude i Cantos è secondo Pantano un riecheggiare la directio voluntatis dantesca, intesa come rettitudine, che Dante stesso verificò nella figura di Cangrande ed Ezra Pound in quella di Sigismondo Pandolfo Malatesta e Benito Mussolini.

La tesi sostenuta da Pantano è alla fine racchiusa in una pagina del suo avvincente libro. Bastano queste righe a svelare ed esaltare la figura di Pound, così come lo scrittore l’ha voluta interpretare e delineare: “un fascista senza tessera” ideatore di una “ nuova utopia di vita collettiva. Nel rifiuto del capitalismo-usura-americano e del comunismo-materialismo- sovietico.”

Il fascismo di Pound è romanità ed eticità.

I poeti nel tempo nel quale visse Pound hanno frammenti di luce “ma Pound è la continuità”.

Pound è il Virgilio che ci accompagna nel viaggio. Gli altri sono personaggi che incontriamo”.

Emma

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C’È UN CADAVERE NEL MIO CHAMPAGNE di Marcello De Angelis, Idrovolante Edizioni 2015, pp.gg. 187, € 15

Con “C’è un cadavere nel mio champagne” scopriamo un Marcello De Angelis inedito in veste di romanziere; una sorpresa fino ad un certo punto, vista la natura poliedrica di Marcello, che lo ha visto cimentarsi, oltre che nell’agone politico, anche come grafico, giornalista, illustratore, compositore e cantautore; oltre che attivo nel campo della solidarietà e uomo di profonda cultura, specializzato in quello che attiene al mondo arabo e islamico.

Un racconto, il suo, che parla all’Uomo dell’Uomo, una sorta di metafora per chi, di buon sangue, consapevolmente o meno sente il richiamo delle radici profonde e della natura autentica e sana, spesse volte latente, dormiente, che cova sotto la cenere.

Un testo che sposa in pieno i nobili propositi della giovane casa editrice Idrovolante:

“Alzarsi in volo per guardare il mondo da un’altra prospettiva, spinti dall’insofferenza di chi non si accontenta di galleggiare nella quotidianità. Riscoprire la dimensione del sogno, il pathos dell’avventura, il gusto della sfida, a cominciare da noi stessi…”.

Ma veniamo al testo e ai suoi principali protagonisti.

Luois Le Manac’h, un antiquario “bretone/francese” che tratta in quadri e mobili, si improvvisa investigatore e avventuriero per dipanare il “mistero dell’affogato nello champagne”, un cadavere ritrovato in una cassa di pregiato vino francese fatto affinare (sfruttando l’effetto delle maree e la temperatura costante di 9-10 gradi) a 15 metri di profondità nelle acque oceaniche di fronte al porto di Saint Malò.

Una moglie autoritaria detta “la Castellana”, 3 figlie, la piccola Armelle, la mediana Enor e la maggiore Lanwenn – ognuna speciale e diversa – e un cane bracco epilettico ed impazzito, Vidocq, a completare il quadretto famigliare.

Un intrigante breizhatao, Robic Koad “le Bihan” (il piccolo) e un misterioso tesoro in monete d’oro Luigi XV del Diciottesimo secolo, legato alle vicende del Gwenn ha Du (letteralmente “Bianco e Nero”, gruppo dell’esercito clandestino bretone fondato da Célestin Lainé), del nazionalismo e del collaborazionismo in Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale.

Una vecchia zitella, la signora Burnette, che mai aveva trovato l’amore in alcuna forma e il suo egocentrico fratello Tanguy, seminatore di figli e dispiaceri tra Bretagna e Galles.

L’ispettore di polizia della squadra investigativa di Saint Malò, Sigognac, originario della Gironda.

Tutti ingredienti di una vicenda intrigante che ti avvince pagina dopo pagina, dipanandosi tra richiami e ricette dell’identità enogastronomica bretone e caratteristici villaggi della regione che nel 1928 ha dato i natali a Jean-Marie Le Pen (a La Trinité-sur-mer).

È un libro di buon gusto, che si legge con interesse e con piacere, che a tratti rapisce chi è stato qualche volta in Bretagna e ne conosce gli aspetti peculiari.

Alcuni estratti del romanzo, che aiutano in parte a meglio coglierne lo spirito:

 “(…) Avrebbe cercato d’incontrare Sigognac, inventandosi una falsa pista di un traffico di armi dall’Irlanda, così da guadagnare la sua fiducia ed estorcergli informazioni sul “cadavere dello champagne”. Perché? Non lo sapeva. Forse solo perché la ricerca della verità era una delle poche cose per cui valesse la pena di vivere. Un’altra era la conservazione delle cose preziose per cui per altri era valsa la pena di vivere e morire. E non solo le case, le opere d’arte e i mobili (…)”, pag. 97

“(…) un antiquario di mezza età che non voleva invecchiare, marinaio che soffriva il mal di mare, marito di una donna autorevole, padre di tre figlie notevoli, proprietario di una importante eredità di sangue e di mattoni, in cerca di un’ultima avventura, un’occasione di gloria, una scarica di adrenalina che lo facesse sentire barbaro, maschio, vivo, come ogni uomo dovrebbe essere, indipendentemente dal proprio vestito, sino alla fine dei suoi respiri (…)”, pag.171

Per chi scrive, il libro assume poi un significato particolare perché, coi suoi affreschi bretoni, fa riaffiorare alla memoria pagine di vita vissuta con due cari amici che fisicamente non ci sono più, Claudio e Domenico (che anche Marcello ha avuto modo di conoscere), con i quali parecchi anni fa feci breve e parziale conoscenza di quella splendida e dura terra di Bretagna.

Baltikum

 

ALLE PORTE DI DAMASCO_copertina

ALLE PORTE DI DAMASCO. Viaggio nella Siria che resiste di Sebastiano Caputo, Circolo Proudhon 2015, pp.gg. 110, € 11

Nonostante come ammetta lo stesso autore, questo manoscritto non sia un libro “finito” bensì una cronistoria, che proseguirà con i prossimi viaggi in terra siriana, è davvero un ottimo punto di partenza per chi (come me) non ha ben chiaro non tanto chi è il “buono” o il “cattivo” in questo conflitto, ma le dinamiche, a volte per noi poco comprensibili, del mondo musulmano: sciiti, sunniti, il Wahabismo, chi è realmente Bashar Al Assad?

A queste domande Sebastiano Caputo, giornalista autodidatta, scrittore, direttore della casa editrice Circolo Proudhon, fondatore e animatore del pensatoio on line L’Intellettuale Dissidente e collaboratore de Il Giornale, da risposte semplici, sintetiche, chiare e scorrevoli.

Le origini del caos medio orientale si possono ricondurre agli accordi Sikes-Pikot del 1916.

Nel pieno della Grande Guerra, le diplomazie delle potenze occidentali si spartivano il Vicino e Medio Oriente, mutilando di fatto quella che veniva chiamata la “Grande Siria”, un territorio che andava dal Mediterraneo all’Anatolia, decidendo il destino di milioni di arabi senza prendere in considerazione le loro aspirazioni e le loro diversità interne.

Per capire da dove nasce il male che sta devastando un paese sovrano, famoso oltre che per la sua bellezza, anche e forse sopratutto per la sua multi-confessionalità e profondità culturale, bisogna conoscere anche il Wahabismo, movimento di riforma religiosa, nato per riaffermare “i primi principi contenuti nel Corano”, jihadista/rivoluzionario all’inizio, ma che col tempo diventa strumento di espansione, dominazione, conservazione sociale e politica della famiglia saudita.

Ma chi è Bashar Al Assad?

È un’oculista che mentre si sta specializzando a Londra, (dove conoscerà quella che diventerà la sua futura moglie) lontano anni luce dalla prospettiva dell’impegno politico, viene richiamato in Patria, dato che suo fratello, predestinato a succedere al padre, il Presidente siriano Hafez Al Assad, muore in un incidente automobilistico il 21 gennaio 1994.

Da quel giorno inizia la sua preparazione, militare e politica, che dura fino al 10 giugno del 2000, giorno in cui muore Hafez, il vecchio Leone di Damasco.

Come tradizione di questa “Repubblica dinastica”, subentra lui al comando della Siria, ma anche alla guida del partito Baath.

Nato negli anni quaranta, il Partito della Resurrezione Araba si pone come obbiettivo di smarcarsi dal capitalismo e dal marxismo, per poter conciliare: laicità, tradizione islamica, socialismo e nazionalismo.

Venendo ai giorni nostri, Caputo mette sul piatto fatti incontrovertibili, che lasciano i dubbi dei ben pensanti da salotto in un angolo.

Come si spiegano, per esempio, i tunnel che sono stati scoperti in alcuni quartieri periferici di Damasco, vere e proprie città sotterranee contenenti armi e medicinali, costruiti almeno dieci anni fa, quindi in tempi ben lontani dalla “rivolta popolare antigovernativa” del 2011?

Come si spiega l’intervista fatta da Caputo alla parlamentare di religione cristiana, Maria Saadeh eletta come indipendente poco dopo l’inizio del conflitto, (sì, perché in Siria si tengono regolari elezioni, esiste un parlamento in cui siedono anche donne e alcuni partiti di opposizione), la quale dice che sì, ci sono stati molti disaccordi con il governo, ma che ora è il momento di respingere gli attacchi del nemico, sia quello che si trova al fronte, sia le potenze, occidentali e non, che si servono del primo per i loro interessi nell’area?

Come spiegare le foto del senatore statunitense repubblicano McCain, ritratto insieme con il portavoce di Jabhat al Nusra o con il capo dei cosiddetti ribelli moderati?

Come spiegare i bombardamenti “alleati” su due impianti generatrici di elettricità considerati obbiettivi della rete terroristica, ma che in realtà creano un danno economico enorme per la Siria?

Come giustificare la risoluzione n.2249 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma sopratutto il paragrafo 5, “minaccia globale per la pace e la sicurezza internazionale” che invita gli stati ad usare “tutte le misure necessarie” contro il nemico comune, (emanata all’indomani degli attentati di Parigi), che di fatto sospende la sovranità di Siria e Iraq, che non vengono né menzionati né coinvolti nelle decisioni che li riguardano?

Per concludere, una frase presa proprio dall’intervista fatta da Caputo alla parlamentare d’opposizione Maria Saadeh, unica donna siriana ad aver incontrato in Vaticano il Papa Francesco durante la guerra (2013): «(…) E poi diciamocelo, la democrazia occidentale è una bugia».

Un diario semplice, diretto e allo stesso tempo acuto, che consigliamo ai nostri lettori, nell’auspicio che in futuro si arricchisca di ulteriori capitoli frutto di nuovi viaggi del bravo e preparato Sebastiano.

 Sergente Cypress

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IL SEGRETO DEI MARÒ di Toni Capuozzo, Mursia 2015, pp.gg. 270, € 16,00

Arrivato all’ultima pagina di questo libro, ho sentito un senso di disgusto, un amaro in bocca che difficilmente anche quando i nostri due Fucilieri di Marina torneranno definitivamente a casa potrò togliermi.

Per chi ha avuto il privilegio di servire in uniforme la Patria il senso di smarrimento, l’incredulità nel leggere queste pagine sarà ancora più forte e come a me è successo saranno molte le domande che ci porremo, ma una ce la ripeteremo più volte:

vale così poco la vita dei nostri militari?

La risposta è chiaramente sì, lo spiega molto bene Toni Capuozzo che di soldati nel suo girovagare di giornalista in prima linea nei vari conflitti nel mondo ne ha conosciuti parecchi, tra cui nel suo periodo trascorso nel non facile territorio afgano il suo caposcorta a Kabul Massimiliano Latorre che assieme a Salvatore Girone condivide dal 15 febbraio 2012 questa vicenda che, se non avesse aspetti tanto tragici, sarebbe una sceneggiatura perfetta per una commedia all’italiana degli anni 80.

Andiamo per ordine, tutto inizia quando gli armatori italiani chiedono aiuto alla Marina Militare per quanto riguarda la protezione delle loro navi che incrociano nelle acque al largo della Somalia infestate da tempo dai pirati che sequestrano le navi per poi chiederne il riscatto per il rilascio, ma chi sono questi pirati?

Spesso sono ex pescatori, ridotti alla fame dallo sfruttamento delle acque somale da parte di società straniere in combutta col governo di Mogadiscio che con questo nuovo rischioso business cercano di migliorare la loro condizione di vita, ma ai quali se va bene restano le briciole, mentre la fetta più sostanziosa dei riscatti va a personaggi altolocati che investono questi soldi in svariati modi e a livello internazionale.

Torniamo a noi, la Marina pone la questione al Governo che in quattro e quattr’ otto manda a votare una legge in parlamento che consente l’impiego di personale dotato di armi individuali e di reparto appartenente alla forza armata a bordo delle navi private (le società che propongono i cosiddetti contractors sono quasi totalmente tagliate fuori da questa legge)

La legge non specifica in maniera chiara a livello internazionale lo stato di “immunità funzionale” del personale, cioè i militari imbarcati rappresentano lo Stato e quindi ogni loro atto è da ritenersi autorizzato ed eventualmente giudicato in Patria.

È bene ricordarlo, questa legge è stata approvata all’unanimità…

Il 15 febbraio la Enrica Lexie, la nave su cui sono imbarcati Latorre, Girone (di turno in quel momento) ed il resto del team del San Marco subisce un tentativo di assalto da parte di un’imbarcazione pirata, vengono attivati tutti i dispositivi visivi e sonori della nave, l’equipaggio entra nel locale blindato denominato “la cittadella”, mentre i due marò sull’ala della plancia dapprima alzano al cielo le armi individuali per far capire che la nave ha a bordo personale armato, poi vedendo che i pirati avanzano in rotta di collisione sparano brevi raffiche in acqua per dissuaderli, in totale 11 colpi calibro 5,56, il tentativo d’assalto fallisce e la piccola imbarcazione si allontana, tutta l’azione dovrebbe essere stata filmata e fotografata (come da anni si usa fare, per poter usare il materiale registrato in tribunale durante un eventuale processo) con l’equipaggiamento audiovisivo in dotazione, ma prima di partire al team di fucilieri è stato detto di arrangiarsi con i dispositivi privati in loro possesso, cellulari, fotocamere ecc. ecc, e di tutta l’ azione restano solo tre foto (sbiadite) scattate da Girone.

Sono le 16:20 ora locale, sono le 21:20 secondo il comandante Freddy Bosco, del St. Antony, il peschereccio che ha subito la perdita di due uomini dell’equipaggio, la Enrica Lexie si trova a 20 miglia dalla costa, 14 secondo Bosco, che rilascia queste dichiarazioni appena rientrato in porto alla polizia, dichiarazioni che ritratterà qualche settimana dopo per far coincidere ora e luogo con quelle rilasciate dall’equipaggio della nave italiana, fatta rientrare furbescamente nel porto di Kochi dalle autorità indiane, ma con il beneplacito della Farnesina e dei vertici delle Forze Armate…

Probabilmente le due versioni non coincidono “semplicemente” perché i protagonisti di questa vicenda raccontano due episodi diversi.

Verosimilmente il St. Antony si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato e cioè nei pressi di una petroliera greca, (con il sistema di rilevamento satellitare spento) attaccata dai pirati e difesa solo da contractor disarmati che chiedono aiuto alla guardia costiera indiana, questa interviene prontamente scambiando il peschereccio disarmato per una seconda unità pirata e sparando all’impazzata uccide i due pescatori, sui corpi l’autopsia rileverà proiettili calibro 7,62 in dotazione alle forze armate indiane, ma che al momento della perizia come per magia diventeranno di calibro 5,56 guarda caso in dotazione ai nostri Fucilieri di Marina.

Se a tutto questo sconcio aggiungiamo un ambasciatore che più volte ha dichiarato ai media indiani di sentirsi imbarazzato per il fatto di dover ospitare in ambasciata i due Marò ai quali ha raccomandato di non farsi vedere quando ci sono ospiti, un diplomatico (Staffan de Mistura) che dichiara alla stampa indiana “è stato un incidente, non volevano uccidere”, un governo che paga un risarcimento alle famiglie dei pescatori uccisi = ammissione di colpa, possiamo tranquillamente affermare che i militare in questo paese valgono poco o niente, a meno che non servano al governo di turno per qualche missione umanitaria o a combattere il terrorismo…

Di certo Girone e Latorre sono stati sacrificati davanti ad un gigante che è il primo importatore d’armi al mondo,potenza nucleare, che ha raggiunto l’orbita di Marte con poco più della metà del budget con cui gli americani hanno realizzato un film di fantascienza, in cui però se nasci femmina hai basse probabilità di sopravvivenza rispetto ad un maschio, dato che per gli indiani avere una bambina equivale ad una disgrazia, la donna non lavora e quando si sposa deve portare in dote al marito una ingente dote.

Un libro dunque che sviscera in maniera minuziosa la vicenda dei nostri due Fucilieri del San Marco, ma che offre uno spaccato molto interessante sull’India di ieri e di oggi, una potenza si, ma con contraddizioni al suo interno che questa vicenda sta mettendo sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale.

Sergente Cypress

23 Novembre 2014 – Su gentile concessione dell’amico Luca Cancelliere pubblichiamo questa interessante recensione d’un testo di fresca uscita editoriale. L’auspicio del Circolo librario Ardente è di poter a breve presentare il libro di Ingo Pettersson.

I LUPI DELLA FORESTA_copertina

“I LUPI DELLA FORESTA. Con i combattenti baltici per la libertà 1947-1950” di Ingo Pettersson, L’Assalto Edizioni (Collana Uomini Ribelli), Solarussa 2014, ppgg. 240, € 26,00

L’edizione italiana del libro di memorie di Ingo Pettersson, “I lupi della Foresta. Con i combattenti baltici per la libertà 1947-1950” è la terza produzione della Vaterland s.a.s., società editoriale costituita dall’amico Alberto Manca di Solarussa (Oristano), che pubblica con le sigle “L’Assalto” e “Il Maglio”. Il titolo originale dell’opera è “Die Waldwölfe – Unter baltischen Freiheitskämpfern”. La prima edizione del libro risulta essere quella del 1973 a cura della “Verlag K.W. Schütz” di Göttingen, storica casa editrice fondata dopo la Seconda Guerra Mondiale da Waldemar Schütz, già membro della Waffen SS (Divisione “Leibstandarte Adolf Hitler”) con il grado di Capitano (SS-Hauptsturmführer). La presente edizione italiana, curata da Roberta Ferrari, si basa sull’edizione tedesca del 2009, pubblicata dalla “Deutsche Stimme Verlag” – la casa editrice del “Nationaldemokratische Partei Deutschlands” – con sede nella cittadina sassone di Riesa. L’introduzione reca la firma di Alberto Rosselli, giornalista e saggista storico noto per aver pubblicato numerosi studi di storia delle relazioni internazionali, in particolare “La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale 1944-1956”(Settimo Sigillo, Roma 2004), opera di cui ben 50 pagine (su un totale di 156, riguardanti tra l’altro la resistenza anticomunista in Ucraina, Romania, Croazia, Slovenia e Albania) sono dedicate proprio all’insorgenza antisovietica nei Paesi Baltici.

L’autore Ingo Pettersson, al secolo Frithjof Elmo Porsch, nato nel 1924 a Hamborn nel Land Nordrhein-Westfalen, figlio di un Ufficiale di Marina, nel 1941 entrò nella Waffen SS prestando servizio nella Divisione Totenkopf. Raggiunto il grado di Tenente (SS-Obersturmführer), passò un anno di prigionia nelle mani dei Sovietici prima di tornare nella zona della Germania occidentale occupata dai Francesi. Qui iniziano le rocambolesche vicende descritte ne “I lupi della foresta”, che è un tipico prodotto della memorialistica della Seconda Guerra Mondiale, a metà strada tra il documento storico e il romanzo, genere diffuso soprattutto nell’area francofona (Saint Loup, Saint-Paulien, Jean Mabire).

I Baltici, antichissimi popoli indoeuropei, erano insediati fino al XIII secolo in un’area molto più vasta di quella occupata attualmente dai loro discendenti, sia a est che a sud. La Prussia, come è noto, prende il nome da un antico popolo baltico, estintosi a seguito della conquista dei Cavalieri Teutonici. Fu proprio la spinta espansionistica germanica a stimolare la formazione, per scopi difensivi, prima del Granducato di Lituania – tra l’altro l’ultimo Stato europeo ad abbandonare la religione pagana – poi dell’Unione Polacco-Lituana (1386) e infine della Confederazione Polacco-Lituana (1569), venuta meno solo con l’ultima spartizione della Polonia nel 1795 e con l’inizio della dominazione della Russia Zarista. La Lettonia, il cui nucleo originario era l’antica Livonia, fu precocemente spartita tra Ordine Teutonico, vescovado e municipio tedeschi di Riga, per poi passare interamente sotto l’Ordine Teutonico, poi sotto la Svezia (1621-1721) e infine sotto la Russia Zarista. L’Estonia è l’unico tra i tre Paesi Baltici ad appartenere al gruppo linguistico ugro-finnico anziché a quello baltico indoeuropeo, ma geneticamente gli Estoni sono i parenti più vicini dei Lettoni e dei Lituani. L’Estonia ha sempre seguito le sorti della Lettonia, prima sotto l’Ordine Teutonico, poi sotto la Svezia e infine sotto la Russia Zarista. Sia in Estonia che in Lettonia era presente fino alla Seconda Guerra Mondiale una cospicua minoranza di “Tedeschi del Baltico”, formatasi nel Medio Evo e composta da proprietari terrieri, mercanti e artigiani, che contava alla fine dell’Ottocento ancora tra il 5% e il 7% della popolazione dei due paesi. A Riga, ancora nel 1867 il 42,9% della popolazione era di lingua tedesca. A seguito del Trattato di Brest-Litovsk del 3 Marzo 1918 e della costituzione del “Oberbefehlshaber der gesamten deutschen Streitkräfte im Osten”, i Paesi Baltici furono occupati dal Reich guglielmino fino alla cessazione delle ostilità con l’armistizio del 1918. In quel periodo proclamarono la loro indipendenza, nell’ordine, la Lituania il 16 Febbraio 1918, l’Estonia il 24 Febbraio 1918 la Lettonia il 18 Novembre 1918. A seguito del Patto Molotov-Ribbentrop del 23 Settembre 1939, dopo 20 anni di indipendenza i Paesi Baltici furono annessi dall’U.R.S.S.. Con la dichiarazione di Welles del 23 Luglio 1940, gli U.S.A. notificarono all’U.R.S.S.. che essi non avrebbero mai considerata legittima tale annessione. I Paesi Baltici passarono sotto il controllo tedesco dopo l’invasione germanica dell’U.R.S.S., iniziata il 22 Maggio 1941. Molti Estoni, Lettoni e Lituani, nella speranza di potersi liberare definitivamente dal giogo sovietico, accettarono di collaborare con la Germania, arruolandosi nelle forse ausiliarie e nella Waffen SS. Nel Maggio 1945, dopo che i Tedeschi avevano perso quasi tutto il territorio baltico tra l’Agosto e il Dicembre 1944, la sua occupazione fu completata dai Sovietici con la capitolazione del c.d. “ridotto di Curlandia”. I Sovietici iniziarono da subito la collettivizzazione delle terre, con il trasferimento nei Paesi Baltici di coloni provenienti da tutte le Repubbliche dell’U.R.S.S. e l’oppressione dell’identità nazionale, linguistica e religiosa dei Paesi Baltici. E’ a questo punto che si sviluppò il movimento dei “Fratelli della Foresta”, che operò dal 1945 al 1956 e arrivò a mobilitare 100.000 Lituani, 40.000 Lettoni e 30.000 Estoni. Erano numeri ingenti, su una popolazione complessiva di circa 6 milioni di abitanti nei tre Paesi Baltici. La Resistenza, ormai senza speranza già dal 1950, entrò nella fase conclusiva a partire dal 1953, quando a seguito della morte di Stalin e del relativo disgelo Est-Ovest, vennero meno gli aiuti occidentali destinati ai “Fratelli della Foresta”. Nell’arco di 10 anni, la Resistenza ebbe 50.000 caduti, mentre centinaia di migliaia di Baltici subirono la deportazione in Siberia.

Il contesto narrativo del libro si colloca in questo scenario, in mezzo alle rovine dell’Europa post-bellica. E’ ormai calata la “cortina di ferro” che divide l’Europa tra le potenze occidentali (U.S.A., Regno Unito e Francia) dall’U.R.S.S. e taglia in due una Germania umiliata, esausta e ormai divisa in “zone di occupazione”, in cui la manodopera locale lavora per gli eserciti alleati e le donne tedesche allietano con la loro compagnia le truppe di occupazione. Il protagonista, recatosi a Potsdam per incontrare alcuni familiari, viene arrestato dagli agenti del NKVD e deportato verso la Siberia. A causa di un incidente ferroviario, riesce a fuggire e si unisce ai partigiani della resistenza antisovietica baltica, in buona parte ex militari che avevano prestato servizio come ausiliari della Wehrmacht o nelle fila della Waffen SS. Dopo svariate vicende, in cui l’autore “ci descrive con maestria e partecipazione, attraverso queste splendide pagine, l’epopea dei Combattenti baltici per la libertà”, il protagonista torna ancora una volta in Germania con altri volontari lettoni cercando di ottenere, senza successo, l’appoggio occidentale per la Resistenza baltica. Dopo un ultimo e glorioso periodo di lotta in Lettonia, il reparto cui appartiene il protagonista torna a Occidente, chiudendo così una gloriosa pagina di storia.

Il volume, pur narrando risalenti alla metà del secolo scorso, è di stretta attualità per l’importanza assunta dai Paesi Baltici a seguito dell’indipendenza conseguita dopo il crollo dell’U.R.S.S. (Estonia, 20 Agosto 1991; Lettonia, 21 Agosto 1991; Lituania, 6 Settembre 1991). Le tre Repubbliche Baltiche hanno aderito alla N.A.T.O. il 29 Marzo 2004 e alla U.E. il 1° Maggio 2004. L’Estonia (1° Gennaio 2011) e la Lettonia (1° Gennaio 2014) hanno adottato l’Euro come propria valuta, mentre la Lituania, al pari delle altre due Repubbliche, aveva già dal 2004-2005 un tasso di cambio fisso con l’Euro. In questo quadro, l’ostilità con la Russia è rinfocolata dai sopra esposti motivi geopolitici e dalla situazione delle minoranze russe (26,9% in Lettonia, 14,29% in Estonia, 6,3% in Lituania). Le vicende della collaborazione con la Waffen SS e l’insorgenza dei “Fratelli della Foresta” sono sovente occasione di cerimonie commemorative che a volte suscitano l’ostilità dei Russi. Il crescente ruolo economico, diplomatico e militare della Russia di Putin e il rinfocolarsi delle tensioni russo-americane nello scenario ucraino non mancheranno sicuramente, nel giro di poco tempo, di avere le loro ripercussioni anche sulle sponde del Baltico.

Luca Cancelliere

14 Novembre 2014 – Riceviamo dal camerata Giovanni, e pubblichiamo onorati, questa eccellente recensione a un saggio del grande Primo Siena.

GIOVANNI GENTILE_Un Italiano nelle intemperie_copertina

GIOVANNI GENTILE. Un Italiano nelle intemperie di Primo Siena, Edizioni Solfanelli, 2014, ppgg. 191, € 14,00

Durante la puntata de “Il tempo e la Storia” andata in onda il 26 maggio scorso su Rai3 e dedicata alla figura di Giovanni Gentile, il conduttore Roberto Fagiolo rivolse all’ospite di turno, la docente Alessandra Tarquini dell’università “La Sapienza” di Roma, una domanda a nostro parere molto interessante. Riferendosi all’adesione dell’ormai anziano filosofo alla neonata Repubblica Sociale Italiana nell’autunno del ’43, sancita dall’accettazione della presidenza della ricostituita Accademia d’Italia, con tutti i rischi che in quel momento la cosa avrebbe comportato, il conduttore così si espresse:

 “Ma mi vien da dire scusi, proprio mentre sta parlando, ma chi glielo fa fare, voglio dire, se negli anni precedenti si era in qualche modo defilato, era ritornato a dedicarsi agli studi, chi glielo fa fare di andare in prima fila, di diventare presidente di questa accademia d’Italia, cioè perché fa questa mossa?”

La risposta della docente Alessandra Tarquini fu chiara e obiettiva:

Io direi questo: chi sceglie un progetto politico non lo abbandona quando questo progetto politico vacilla. Insomma Gentile sceglie di aderire al regime fascista nel 1922 perché nel regime fascista vede una possibilità, quella di portare a compimento il Risorgimento, e quindi di costruire davvero un’Italia nuova e moderna. Questa possibilità non viene meno quando Gentile entra in contrasto con diversi esponenti del fascismo, ad esempio nel 1937 c’è un durissimo scontro con Starace, all’epoca segretario del PNF. In politica queste cose possono accadere, non per questo si abbandona la partita, ma si continua a lottare. Io credo che Gentile continui a lottare per la causa fascista e da questo punto di vista la domanda mi sembra molto importante, cioè chi glielo fa fare: glielo fa fare il fatto che crede fermamente nel fascismo e in Benito Mussolini[1]

E, se ci riferiamo all’autore del saggio oggetto di questa recensione, “chi glielo faceva fare” all’allora sedicenne Primo Siena, e a tante migliaia di ragazzi come lui, di arruolarsi volontario fra i bersaglieri della RSI? “Chi glielo faceva fare”, tornato per miracolo dai gulag di Tito, di entrare fin da subito nell’MSI e gettarsi senza risparmio nella difficilissima lotta politica e culturale della Destra, di cui fu protagonista assoluto per oltre quaranta anni?

Questa urtante domanda, così consona allo spirito dell’italietta di oggi, così incommensurabilmente lontana da non poter nemmeno lontanamente immaginare e comprendere le scelte ideali e i sacrifici di Uomini come quelli di allora, accomuna quindi nella risposta della brava docente Alessandra Tarquini sia l’anziano filosofo che il giovane volontario di allora.

Forse anche per questo Primo Siena, oggi ormai quasi novantenne, ha voluto dedicare un saggio a Giovanni Gentile, in questo settantesimo anniversario del suo martirio, tutto incentrato sulla sua “filosofia del combattimento”. Vale la pena riportare quasi per intero la prima pagina dell’introduzione:

“Tutta l’opera filosofica di Giovanni Gentile – talvolta in termini espliciti, talaltra implicitamente – svolge una vigorosa critica della democrazia moderna, quantitatistica, atomistica, egualitaria, meccanicistica e sostanzialmente irreligiosa e batte in breccia i suoi miti, a partire da quell’ipocrita pacifismo che contravviene alla vera pace, la cui sede è innanzi tutto nel cuore dell’uomo, ma come superamento di quella guerra interiore che l’uomo ogni giorno combatte per sé.

Non per caso Giovanni Gentile diede al suo pensiero la definizione di una “filosofia della mischia”, ma assumendo il significato della parola a quella nobile misura di combattimento aperto e leale che sottrae la mischia alla suggestione di trasformarla in agitazione plebea.

La filosofia come combattimento fu per Gentile norma di vita nel senso classico e romano del termine: vita ove consapevolezza e fedeltà, virilità, coraggio e forza d’animo risplendevano del valore delle antiche virtù dei Quiriti, sapientia, fides, fortitudo, constantia; virtù nelle quali la democrazia illuministica moderna sembra aver smarrito quasi del tutto il significato”[2].

Il saggio di Primo Siena, purtroppo poco pubblicizzato e ingiustamente trascurato in questo 2014, è un’opera allo stesso tempo snella e completa, un testo accessibile a tutti come nella migliore tradizione dell’autore, da sempre attivo come pedagogista ed educatore nel mondo della scuola.

Il saggio si articola in tre parti distinte ma perfettamente complementari: la prima sezione, scritta direttamente da Siena, tratteggia una biografia del filosofo di Castelvetrano e ne analizza il pensiero filosofico e pedagogico, per poi affrontare lo spinoso tema della “fortuna” di Gentile e della sua opera nel dopoguerra; la seconda sezione è una bella antologia di testi e articoli dello stesso Giovanni Gentile, nel segno di una filosofia del combattimento fatta di responsabilità e impegno civico; la terza parte raccoglie tre interessanti saggi di altrettanti autori sulla filosofia e il pensiero di Gentile, ormai di difficile reperimento e quasi introvabili: il primo di Leonardo Castellani, gesuita argentino, che si intitola Giovanni Gentile filosofo del fascismo; il secondo di uno studioso di origini romene, ma spagnolo d’adozione, allievo del filosofo alla “Sapienza” di Roma, George Uscatescu, che offre una interessante comparazione fra il tema dell’umanesimo del lavoro in Gentile e la figura dell’Operaio (Der Arbeiter) nel famoso saggio di Ernst Jünger; il terzo è il testo della relazione che Armando Carlini tenne in un memorabile convegno del 1955 a Firenze, intitolata Il pensiero politico di Giovanni Gentile.

Nella prima parte vengono affrontati i principali temi dell’opera e del pensiero di Gentile, che come sappiamo non fu mai un astratto intellettuale da salotto, ma che sentì sempre il dovere dell’impegno e della partecipazione civile, e ne sono testimonianza perenne la sua celebre riforma della scuola e la realizzazione dell’enciclopedia italiana, che possiamo prendere brevemente ad esempio. I francesi erano i fondatori dell’Enciclopédie, con Diderot e d’Alembert, gli inglesi con il loro vastissimo impero e il dominio dei mari nell’800 avevano costituito la celebre Enciclopedia Britannica; nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato che in breve tempo la pur vetusta e prestigiosa, ma da sempre disorganizzata e rissosa, cultura accademica italiana avrebbe espresso un’opera così organica e lineare. Eppure Giovanni Gentile, coordinando una squadra (oggi diremmo un team) di lavoro di oltre tremila studiosi di ogni estrazione politica e culturale, in pochi anni riuscì nell’impresa (1929) e ancora oggi i grossi volumi dell’Enciclopedia Italiana campeggiano in ogni biblioteca pubblica che si rispetti.

La riforma della scuola del 1923: pare che dietro tanti successi del nostro comparto industriale negli anni del boom economico ci sia stata anche la rigorosa e completa preparazione che dava il nostro liceo e fino a pochi anni fa all’estero ci si stupiva che i nostri manager, tecnici, medici e ingegneri avessero studiato il latino e il greco alla scuola pubblica superiore e ne conoscessero i rudimenti.

Primo Siena affronta poi gli aspetti principali del pensiero filosofico e politico di Gentile, ma senza addentrarsi nei meandri della speculazione filosofica più spinta, che rendono spesso i testi sull’attualismo gentiliano di difficile comprensione.

Si fa particolare riferimento all’ultima opera di Gentile, terminata proprio nell’estate del 1943, Genesi e struttura della società e al significato che concetti come “stato etico” e “umanesimo del lavoro” in essa prendono forma nel rapporto con la libertà e il singolo individuo.

L’accusa di “totalitarsimo statolatrico” mossa così spesso a Gentile trova qui doverose e argomentate confutazioni: attraverso la sintesi fascista corporativa Gentile mirava alla realizzazione di uno stato organico gerarchicamente ordinato, e in questo senso possono essere utili le considerazioni di Luca Leonello Rimbotti espresse in un recente interessante articolo:

“Il tutto che lo stato racchiude è infatti la nazione, è il popolo. Lo stato non è l’impalcatura burocratica, e neppure il potere istituzionale, il mostro freddo di cui parlava Nietzsche. Lo stato di Gentile è piuttosto la struttura di protezione che raccoglie e stringe in unità molteplice [diremmo noi, in un fascio di forze], ed anche, su un piano pratico, la macchina che organizza la vita associata. Ed essa, soprattutto, veicola la sacralità, la religiosità dello stare insieme come nazione, ciò che accomuna nel comune destino. La forza dello Stato infine, che è l’altra e più vera faccia dello stato forte, consiste non già nell’autorità assoluta del potere nei confronti dei cittadini, bensì nell’accettazione volontaria dell’autorità riconosciuta, che costoro liberamente sottoscrivono. Lo Stato etico è lo stato del consenso, dell’identificazione volontaria e consenziente di tutti nel tutto comunitario. La realtà che, come dice Gentile, è in interiore homine, vuol dire che rappresenta l’unificazione del pensiero e dell’azione degli uomini entro uno sforzo comune, ciò che costituisce la sostanza di ogni società sana”[3].

Centrale, nel saggio di Primo Siena, è il capitolo dedicato alla “fortuna” di Giovanni Gentile nel dopoguerra, spesso dimenticato dalla cultura ufficiale o, peggio ancora, come pure accaduto recentemente nel tentativo del filosofo Emanuele Severino[4], “recuperato” in tutto o in parte come maestro nascosto di Gramsci e del marxismo e quindi “antifascista” inconsapevole.

Destino comune ad altri grandi della cultura e dell’intellettualità del ‘900, basti pensare al poeta americano Ezra Pound, al romanziere  norvegese (premio Nobel per la letteratura nel 1920) Knut Hamsun, agli scrittori francesi Robert Brasillach, Pierre Drieu La Rochelle, Louis Ferdinad Celine, al romanziere rumeno Vintila Horia e a tanti altri, colpevoli di essere “fascisti” e quindi da censurare o peggio rinchiudere – non solo metaforicamente! – in manicomio; oppure, se e quando fa comodo sempre alla cosiddetta cultura ufficiale, “riabilitati” in tutto o in parte spacciando la loro adesione ai fascismi come “particolare”, “atipica”, “dovuta alle circostanze” e altri pietosi eufemismi del vocabolario politicamente corretto.

In effetti, se fossero vere le tesi di Severino e compagnia, un ricovero in struttura psichiatrica protetta non lo avrebbe evitato nemmeno Gentile, visto che sarebbe stato un bell’esempio di schizofrenia l’aver redatto insieme a Mussolini nientemeno che la voce ufficiale “Fascismo” dell’Enciclopedia Italiana e l’essere stato al contempo il maestro nascosto dell’antifascismo marxista e/o liberale (a seconda delle interpretazioni di comodo…)

La verità è che Gentile fu certamente un grandissimo studioso e interprete di Hegel e di Marx, ma la sua analisi lo porta a superare entrambi attraverso l’originale sintesi fascista corporativa e il ricollegamento alla più genuina tradizione del pensiero italico, attraverso, ad esempio, l’interpretazione del concetto marxista di prassi in termini “spiritualisti” ripresa da Giuseppe Mazzini (pag. 54).

Naturalmente la cultura ufficiale ancora oggi non può accettare il fatto che uno dei più originali e importanti filosofi e pensatori del ‘900 non solo italiano, ma anche europeo e mondiale, sia stato convintamente e coerentemente “fascista” fino alla fine, per cui tanto nei manuali scolastici come nelle opere specialistiche assistiamo a imbarazzati silenzi o ad interpretazioni quantomai arbitrarie e “addomesticate”.

Per fortuna fin dai primi anni del dopoguerra un piccolo nucleo di giovani intellettuali della “destra”, operanti in associazioni culturali e riviste più o meno legate al Movimento Sociale Italiano, portò avanti la memoria di Gentile e la sua dottrina sempre attuale, e qui la testimonianza di Primo Siena, nel rievocare episodi ormai dimenticati e pubblicazioni ormai introvabili, è assolutamente preziosa.

Su tutti occorre ricordare l’opera di Vittorio Vettori, che già nel 1951 diede alle stampe il periodico “Studi gentiliani, rivista di politica e di cultura” e, attraverso il “Centro Nazionale Gentiliano” promosse e organizzò un convegno rimasto celebre, il 15-17 aprile del 1955 proprio nel chiostro della Basilica di Santa Croce a Firenze in cui era stato sepolto 11 anni prima il filosofo assassinato dai partigiani.

Parteciparono tutti i protagonisti della destra di allora e personalità eminenti della cultura e dell’intellettualità che elenchiamo per rievocare il volto di un’epoca, gli anni ’50, in cui la Destra e la cultura “nazionale” non erano ancora del tutto ai margini o peggio “nelle fogne”, senza per questo dover rinnegare la propria identità: Gaetano Rasi e Primo Siena della rivista Carattere, Ernesto Massi di Nazione Sociale, Edmondo Cione, Armando Carlini, Gioacchino Volpe, Nino Tripodi, Augusto De Marsanich, Marino Gentile, Ugo Spirito, Giotto Dainelli, Giuseppe Tucci; a impressionare di più fu però la relazione di un outsider, il giovane Gianni M. Pozzo, con un intervento su “La vita come milizia nello storicismo e nella pedagogia di Gentile”.

Non sempre in realtà la destra missina è stata attenta alla “battaglia delle idee” e spesso ha trascurato l’opera sempre attuale di Gentile come “difficile” e “scomoda”, mentre fra i militanti più impegnati e i gruppi più radicali si preferiva spesso la lettura di autori come Julius Evola magari capaci di suscitare più fascino e attrazione nel particolare clima di quegli anni.

Oltre ogni nostalgismo ed ogni, sia pur doverosa, ricostruzione storica, la potenza del magistero gentiliano costituirà un patrimonio sempre attuale per la cultura italica, a cui attingere specialmente in questi momenti di estrema difficoltà e disorientamento, per cui il saggio di Primo Siena, insieme ad altri recenti contributi[5], arriva sicuramente al momento giusto.

Di Giovanni Gentile oggi abbiamo bisogno anche e soprattutto perché fu uno studioso che seppe sempre far seguire alle parole ai fatti (pensiero e azione), coerente e responsabile fino all’ultimo, per questo vale la pena riportare qualche stralcio di alcuni suoi articoli che giustamente Primo Siena ha inserito nella sua antologia, perché costituiscono un esempio di rettitudine morale e spirito di sacrificio che al giorno d’oggi, in cui ogni valore è rovesciato, appaiono quasi “scandalosi”.

Dal famoso “Discorso agli Italiani”, pronunciato in  Campidoglio il 24 giugno del 1943, un appello a serrare i ranghi oltre gli egoismi, i pettegolezzi, i disfattismi di ogni sorta per il bene non tanto e non solo del fascismo, ma della Patria:

Ogni popolo ha innanzi una vittoria che è il suo dovere e una vittoria che è il suo diritto. Il quale non suole mancare a chi compie il proprio dovere. E quando fallisce, quando tutto fosse perduto tranne l’onore, o prima o poi, la storia ce l’insegna, la giustizia si compirebbe perché un popolo che serbi intatta la coscienza della propria dignità, che non smarrisce la nozione di quel che esso è , e dev’essere, potrà vedersi a un tratto oscurare il firmamento sopra di sé; ma a breve andare le stelle torneranno a brillare nel cielo; ed egli nella sua coscienza tranquilla saprà ritrovare la sua via. E i nemici continueranno a inchinarsi alla nazione che anche attraverso la sventura abbia dimostrato la sua natura immortale[6].

Segue l’articolo “Ricostruire”, apparso sul Corriere della Sera il 28 dicembre 1943, dopo l’adesione alla RSI, con il quale Giovanni Gentile lancia un ultimo disperato appello agli italiani affinchè non si lascino travolgere dalla guerra civile

I fascisti hanno preso, come ne avevano il dovere , l’iniziativa della riscossa, e perciò essi per primi devono dare l’esempio di saper gettare nel fuoco ogni spirito di vendetta e di fazione, e mettere al di sopra dello stesso partito costantemente la Patria […] Colpire dunque il meno possibile; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia e richiamarle alla coscienza del comune dovere[7].

E infine un brano da quello che sarà l’ultimo scritto di Gentile, “Il sofisma dei prudenti”, su “Civiltà Fascista” (aprile 1944), in cui l’autore si scaglia contro l’attendismo, l’apatia e la rassegnazione in cui la maggior parte degli italiani erano purtroppo precipitati.

Eppure, nei momenti in cui più urgente è il pericolo e più acuto lo stimolo che spinge l’uomo all’azione, c’è in cotesta prudenza qualche cosa che urta il sentimento morale, come universalmente questo opera nella coscienza e chiede a ciascuno imperiosamente l’adempimento di un dovere indeclinabile. […] La società è quella che noi facciamo: attori sempre e mai spettatori. Anche col proposito di isolarci e chiuderci nella vita privata, secondo l’eterna tendenza epicurea dello spirito umano, che ha creato storicamente tante forme religiose di disgregazione della vita sociale, per naturale desiderio di sottrarsi ai dolori della lotta immanente al dinamismo della società, questa rimane sempre qualche cosa di interno all’individuo ed è quale egli la fa…[…] Realisti sì, ma di un realismo integrale, che metta anche noi nel conto; noi, pronti a fare, nel nostro piccolo, il nostro dovere, al nostro posto, in una collaborazione disciplinata, con l’animo aperto alla fiducia in un esito che salvi l’onore di cui i popoli, non meno degli individui, han bisogno per vivere e al quale i prudenti han tutta l’aria di saper rinunziare[8].

Tutti questi generosi inviti a rimanere al proprio posto, a fare il proprio dovere, a non lasciarsi trasportare dal clima di odio e di violenza che ormai imperversava per tutto il centro-nord, con già decine e decine di morti ammazzati per mano dei “gappisti”, non potevano che costare caro a Giovanni Gentile, tanto più in quanto questi appelli, vista anche l’autorevolezza e l’esempio diretto che offriva il personaggio, qualche risultato evidentemente lo stavano producendo fra gli antifascisti non comunisti come fra la gente comune.

Fu così che si arrivò al vigliacco attentato del 15 aprile 1944: come molti, ingenui esponenti della RSI, Gentile non aveva alcuna scorta, forse per un malinteso senso dell’onore, di “sprezzo del pericolo”, ma anche per non voler gravare sulle casse dello Stato e distogliere uomini preziosi dal fronte o da compiti ritenuti più importanti, così fu facile per il partigiano Bruno Fanciullacci, travestito da bravo studentello di filosofia con tanto di libri a tracolla, avvicinare l’anziano, ormai settantenne Gentile, del resto sempre cordiale e disponibile con tutti, e ammazzarlo a colpi di rivoltella.

Oggi, a settanta anni di distanza, l’Italia non è mai stata forse così lontana da quella che aveva sognato Giovanni Gentile e per cui aveva dato tutto, anche la vita, ma è lo stesso Primo Siena, bersagliere RSI mai pentito, a ricordarci col suo saggio che le idee non muoiono mai e mai bisogna arrendersi e rassegnarsi. Parole retoriche forse, ma di cui abbiamo estremamente bisogno in questi tempi estremamente difficili.

Giovanni Facchini

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NOTE

[1] La puntata intitolata “I nemici di Giovanni Gentile” è interamente e liberamente visionabile sul sito youtube al seguente link http://www.youtube.com/watch?v=hjAC4AIOk8E  il dialogo in oggetto si svolge all’incirca al minuto 26

[2] P. Siena Giovanni Gentile. Un italiano nelle intemperie, ed. Solfanelli, Chieti, 2014, p. 5

[3] Luca Leonello Rimbotti, Giovanni Gentile: dal marxismo all’umanesimo del lavoro, in ITALICUM, Periodico di cultura, attualità e informazione, anno XXIX – settembre-ottobre 2014 pp. 27-29

[4] Sull’interpretazione di E. Severino è sempre interessante il dialogo nella stessa citata trasmissione “Il tempo e la Storia” fra il conduttore e la ricercatrice Alessandra Tarquini http://www.youtube.com/watch?v=hjAC4AIOk8E qui siamo circa al minuto 35

  1. Ci basta questo giudizio di Severino? Solo chi pensa con grandezza può errare grandemente…
  2. Forse no e personalmente sento nelle parole di Severino una difficoltà di ammettere che si possa essere grandissimi filosofi e anche grandi fascisti e quindi è un po’ un giro di parole, un ragionamento un po’ complicato riuscire a tenere insieme queste due cose… La cultura italiana ha fatto molta fatica ad ammettere che un grande filosofo, come è stato certamente Giovanni Gentile, è anche stato un importantissimo esponente del regime fascista

[5] Si veda ad es. Antonio Fede, Giovanni Gentile fra attualità e attualismo, Idee Nuove ed., Roma, 2007; e il saggio appena uscito di Valerio Benedetti, Riprendersi Giovanni Gentile Edizioni AGA – La Testa di ferro, Roma 2014.

[6] P. Siena, Giovanni Gentile, op. cit. p. 109

[7] P. Siena, Giovanni Gentile, op. cit. pp. 130-131

[8] P. Siena, Giovanni Gentile, op. cit. pp. 135-138.

I MODERATI_copertina

I MODERATI. Il dramma del presente di Abel Bonnard, Volpe Editore, ppgg. 116, € 10,00

Nel 1936 il poeta e romanziere franco-corso Abel Bonnard (nato a Poitiers il 19 dicembre 1883) scrisse “Le moderés” (“I moderati”), pubblicato poi da Volpe Editore per l’Italia nel 1967. Ne conservo gelosamente una copia originale, che periodicamente riprendo in mano cercandovi dei riferimenti per i giorni nostri.

Libro di una ammirevole lucidità e chiaroveggenza sul mondo socio-politico francese della III Repubblica, che analizza in particolare la categoria psicologica (ed immortale) dei “moderati”, con sguardo ironico e penetrante, con stile mordente e lapidario. L’analisi del Bonnard, pur avendo come campo di osservazione la Francia, non può limitarsi ad essa e ad un periodo storico preciso, perché la categoria in questione non è legata a un determinato tempo né ad una specifica nazionalità, trattandosi di una specie (o sottospecie) che fa della debolezza la propria inconfessata bandiera; una moltitudine in cui imperversano le mezze calzette e gli amanti del convenzionale; una maggioranza che si pavoneggia in mezzo agli eventi invece di agire su di essi, che idolatra l’intelligenza (In una società disgregata, dove mancano le qualità dell’uomo mentre vi pullulano i difetti dell’individuo, la reputazione d’intelligenza è il premio promesso ai disertori), che segue docilmente le mode del momento, inguaribilmente individualista, moralmente ottusa e spiritualmente nulla.

I “moderati”, così come li tratteggiò Bonnard, sono un “partito” trasversale solo in apparenza trascurabile, simile ad una ampolla di acqua pura, in cui il profano non scorge altro che un oggetto insignificante, ma un indovino intento vede mille scene del passato e dell’avvenire (quanti avvenimenti della storia sono derivati dalla debolezza e dalla fiacchezza dei moderati?).

Una nave alla deriva, che le maree trascinano da una riva ad un’altra sulla quale s’abbandona temporaneamente fino al giungere d’una nuova marea.

Il libro di Abel Bonnard, contiene tali e tanti passaggi che meriterebbero d’esser letti alla luce dei nostri giorni, per apprezzarne l’attualità; mi limiterò a riportarne solo alcuni estratti.

«Uno dei tratti caratteristici della nostra storia moderna e contemporanea è l’importanza che vi ha assunto la parola; ma ciò non serve ad altro che ad introdurvi ancora un fattore d’illusione e di frode. L’eloquenza delle assemblee ci inganna circa il dramma in cui è impegnata. In realtà, conta molto meno per quanto esprime, che per quanto nasconde; stende l’enfasi sull’inconfessabile, e quando un discorso non serve a provare che chi lo pronuncia non ha pensato nulla, allora serve a nasconderci le sue intenzioni recondite.

(…)

Se questa borghesia si è lasciata accalappiare così dalle più tenui parvenze di stabilità che le presentava il disordine, è stato senza dubbio perché essa non concepisce l’ordine nella sua pienezza, ma anche perché in fondo non l’ama. Un ordine giusto e potente minaccerebbe la vanità di codesti borghesi con la gerarchia che potrebbe costruire al disopra di essi, e il loro egoismo con gli obblighi che ennetterebbe all’importanza sociale che ad essi conferisce la ricchezza. Se, dalla metà del secolo scorso in poi, hanno resistito più o meno sordamente alla restaurazione della monarchia, fu perché temevano in lei una possibilità di organizzazione sociale, mentre il liberalismo è stato loro tanto caro solo perché, assicurandoli del possesso delle loro prerogative senza porre condizioni, lasciava dispersi, in uno stato di impotenza e nullità, tutti quelli, impiegati od operai, che essi temevano di vedere riuniti. Ciò che piace ad una classe siffatta, ciò che le conviene, ciò che le sorride, non è una monarchia con principii suoi, ma un’anarchia con dei gendarmi. (…)

La vita mondana, quando è portata al punto di perfezione che ha toccato da noi, tende a consumare la sostanza dell’uomo nella misura stessa in cui eccita la superficie dell’individuo. Senza dubbio si sono viste società bene ordinate, come l’Inghilterra, lasciare a chi vi è vissuto un carattere saldo e uno spirito sano. Si è vista, nel Giappone, la più squisita raffinatezza della sensibilità unità alla più salda tempra del carattere. Tali divari si spiegano con le predisposizioni di ciascun popolo: in Francia la vita di società si è segnalata con una speciosa attività dello spirito, e così poté riuscire tanto funesta, nei suoi effetti, quanto era affascinante nelle sue manifestazioni.

Ciò che caratterizza una società siffatta è che, isolando gli uomini dalla realtà, conferisce loro una giurisdizione verbale su tutte le cose che essi non toccano più. Quello che si chiama socialmente il mondo non è più, allora, che la gabbia dorata che separa dal mondo coloro ch’essa racchiude. Un salotto è un’uccelliera dove si chiacchiera dell’universo.

(…)

Le più brillanti conversazioni sono degli scambi in cui s’infiltra sempre un po’ di moneta falsa, e il piacere che suscitano non sarebbe così vivo, se ciascuno non s’illudesse circa il valore di ciò che viene dicendo.

(…)

Mentre la vita di società inganna sul conto loro quegli stessi che la vivono, grazie all’animazione superficiale che in essi tiene viva, eccitandoli li impoverisce d’altrettanto.

Fissando il centro della loro persona nell’amor proprio, li rende incapaci di far cosa utile,di servire alcunché di grande; sottraendoli a qualsiasi fatica, li separa dal mondo reale; impedendogli di star mai soli, li priva della vita dell’anima: una società brillante non è che un vasto emporio di diamanti falsi, e come la pietra falsa non  scintilla che nella vetrina dov’è inondata di luci, e fuori di lì ridiventa un pezzo di vetro, così l’uomo di salotto non può illudere se non finché vi resta: nell’azione, rivela subito la sua nullità.

(…)

Così forme sociali oggi distrutte ci ingombrano ancora con gli atteggiamenti che hanno creato; così tanti francesi ci appaiono via via non abbastanza forti d’animo per agire nel dramma in cui sono coinvolti, e non abbastanza semplici di spirito per avvedersene.

Questa impossibilità di puntare sull’importante e sull’essenziale, questa capricciosa curiosità di tutte le idee, la quale non è altro che l’incapacità di afferrarne saldamente alcuna, questa frivolezza che spera ancora di divertirsi con gli avvenimenti di cui si spaventa, questa parodia dello spirito di finezza, che dà una gran voglia di ritrovare lo spirito di ruvidezza, questa maniera di far la ruota sull’orlo dell’abisso prima di cadervi, questa smania di sembrare fino al momento di sparire; tutti questi difetti, miseri perché vi si sente ad un tempo l’insufficienza della persona e l’arroganza dell’individuo, sono, in una nazione che il destino incita a rinascere, le ultime espressioni di una società che muore.

(…)

Vi sono altri difetti, che i moderati conservano più particolarmente. Se i loro sentimenti sembrano meno brutti di quelli dei loro avversari, è perché sono di minore entità; ma, a guardarli al microscopio, non sono più amabili.

Non vi è gruppo dove il merito susciti maggior avversione e incontri più ostacoli.

Presso i moderati, le disparità naturali non sono meno rilevanti, ma codesti uomini indifferenti sono tutti rivestiti della medesima vernice; hanno press’a poco la medesima educazione, gli stessi modi, e nessuno di loro vede per che motivo esalterebbe al disopra di sé un collega, mentre stima di valere quanto lui. Se i moderati hanno sempre cercato i propri capi fuori dal proprio partito, è per più d’una ragione, ma in primo luogo perché costa meno alla loro vanità alzare sugli scudi un avversario, che uno dei loro.

(…)

Qui bisogna riordinare le nostre idee, per timore di confondere ciò che va tenuto assolutamente distinto. A forza di criticare i moderati, potremmo dare l’impressione di dir male della moderazione medesima. Niente affatto: essa sta agli antipodi di ciò che quelli sono. (…) la vera moderazione è l’attributo della potenza: bisogna riconoscere in lei la più alta virtù della politica.

Essa segna il momento solenne in cui la forza diventa capace di scrupoli e tempera sé medesima secondo il concetto che si fa del tutto in cui interviene.

Ecco perché chiunque arriva al potere diventa moderato nella misura in cui è degno di esercitarlo. Non già perché dimentichi le forze che al potere l’hanno portato, ma perché si accorge di tutte le altre. Circondato da clamori, appelli, preghiere, ossessionato da interessi, ognuno dei quali non conosce che sé stesso, e che egli solo deve conoscere in complesso, la sua moderazione è il segno che egli si cura di tutti, senza appartenere a nessuno: attento a formare un’armonia di tante grida discordanti e un ordine di tante tendenze contrarie, egli non si inibisce affatto di far uso della forza, ma, ben lontano dal credere che basti ricorrere ad essa per dare risposta ad ogni cosa, la considera come un rimedio che vale soltanto per quel tanto di misura e di precisione che si mette nell’applicarla; egli sa che la forza stessa deve essere usata delicatamente, e da chi non ne sia ebbro.

Così tutti i grandi della politica, qualunque ne sia stata la fisionomia iniziale, si sono mostrati infine moderatori: lo fu Cesare e, nei suoi momenti migliori, Napoleone lo volle essere. Rammentiamoci quegli uomini politici, ostinati quanto prudenti, che a poco a poco plasmarono l’antica Francia, e quei vecchi patrizi di Venezia che, a forza d’arte, diedero alla loro Repubblica tanta longevità fra gli Stati quanta ne ebbero essi medesimi fra gli uomini, e quei savi cinesi che, affacciati alla terrazza del palazzo imperiali, ascoltavano intenti di che note fosse fatto il mormorio della folla, per sapere da quali sentimenti fosse agitata l’anima del popolo. Erano dei moderati, non v’è dubbio, ma ben diversamente da Monsieur Tal dei Tali. Convinti della malignità e della miseria degli uomini, sapevano quanta abilità e quanta fermezza ci vuole per imporre loro una pace che, se talvolta è da essi desiderata, non lo è mai per istinto.

Ben lontani dal credere che la moderazione consista nel raffigurarci ogni cosa fiaccamente, noi dobbiamo comprendere che l’industria dei veri uomini politici non si esercita in maniera magistrale se non su difficoltà che essi hanno anzitutto conosciute nella loro asprezza e nel loro rigore: una chiaroveggenza senza debolezze precede e condiziona il dispiegarsi dell’arte loro, e se per un uomo politico è un gran difetto quello di drammatizzare la realtà, ponendo delle opposizioni fatali là dove non ne esiste alcuna, è un errore almeno altrettanto funesto il non vederle là dove ci sono.»

Potrei proseguire ancora a lungo nel trascrivere passi di questa eccellente ed illuminante opera, ma non voglio togliere al lettore il gusto della curiosità, della sorpresa e della riflessione.

Di Abel Bonnard vi sono da aggiungere poche altre note. Fascista fin dagli anni Trenta, durante la Seconda Guerra Mondiale fu Ministro dell’Educazione nazionale del governo di Vichy. Nel 1932 venne eletto membro dell’Académie Francaise per esservi poi radiato nel ’45, quando subì una condanna a morte in contumacia con l’accusa di aver collaborato con i Tedeschi. Rientrato in Francia dalla Spagna nel 1958, fu condannato a dieci anni di esilio, pena simbolica in quanto già scontata (il tribunale aveva stabilito che la pena era da conteggiarsi a partire dal 1945), che Bonnard non accettò, decidendo di ritornare in Spagna, dove morì il 31 maggio 1968 (Madrid). Conservò sempre inciso nel cuore il ricordo dell’ «eternelle Italie».

Luca Zampini

La Spada di Perseo_copertina

“LA SPADA DI PERSEOdi Primo Siena, Edizioni Solfanelli, 2013, ppgg. 264, € 18,00

 Invito alla lettura (a cura di Giovanni Facchini – 1 febbraio 2014)

 Già da alcuni mesi è possibile trovare, nelle migliori librerie, l’ultimo importante saggio di Primo Siena, La Spada di Perseo. Si tratta in realtà dell’edizione italiana dell’opera, già pubblicata in castigliano a Santiago del Cile nel 2007, ed ora finalmente edita nel nostro paese dalla casa editrice Solfanelli di Chieti (pagine 260, €18).

Qualcuno penserà al solito libro destinato a un pubblico di nicchia, un testo difficile e complicato di filosofia e storia per pochi “nostalgici”. Noi crediamo invece si tratti una grande occasione di schiarimento e orientamento ideale per tutti coloro che, a tutti i livelli, si battono per la cultura e per la politica rettamente intese in questi tempi ultimi di confusione e disordine morale e materiale.

Innanzitutto occorre presentare l’autore, l’ormai ultraottantenne Primo Siena, un nome che a molti dovrebbe suonare quasi mitico, ma che a molti altri, giovani e non, purtroppo è inutile negarlo, dirà poco o nulla. Nato in provincia di Modena nel 1927, Primo Siena a nemmeno 16 anni partì volontario nella Repubblica Sociale Italiana, dove prestò servizio nel battaglione bersaglieri Mussolini, schierato a difesa del nostro confine orientale minacciato dai partigiani comunisti jugoslavi del IX Corpus Sloveno. Rientrato miracolosamente alla fine del 1945 dalla prigionia nei gulag di Tito e trasferitosi a Verona, fu subito tra i fondatori dell’MSI – Movimento Sociale Italiano, ricoprendo negli anni diversi importanti incarichi a livello locale e nazionale, per cui oggi è ricordato con affetto da tanti vecchi militanti e citato in moltissimi articoli e saggi sulla storia della Destra politica in Italia.

Fin dall’inizio però l’attività di Primo Siena si orientò soprattutto sul piano culturale, con la fondazione e direzione di importanti riviste come “Cantiere” e “Carattere” e la pubblicazione di importanti saggi, come Le alienazioni del secolo, (Premio Angelicum 1957). L’azione è incessante sul piano dottrinale, svolta all’interno del partito prima fra i figli del Sole, la corrente giovanile facente capo al pensiero di Julius Evola, poi autonomamente, nel segno di un tradizionalismo cattolico autenticamente romano e ghibellino.

Primo Siena ha svolto una importante carriera all’interno della Scuola italiana e del Ministero dell’Istruzione, ed è questa che lo ha portato in Sudamerica, a Santiago del Cile, dove vive e opera ormai da oltre trenta anni.

Tra il 2012 e il 2013 escono due importanti saggi dell’autore, la cui attività continua incessantemente: La perestrojka dell’ultimo Mussolini, analisi sul dibattito politico e le proposte di riforma costituzionale e dello Stato della RSI, proposte incredibilmente lungimiranti e moderne, come dimostra l’autore, nonostante il clima tragico e la precarietà della situazione; Incontri nella terra di mezzo, una serie di quindici profili biografici con cui Primo Siena rende omaggio a quanti hanno contribuito alla sua formazione culturale e ideale. Si tratta di un vero e proprio breviario della più autentica cultura di destra: ci sono Julius Evola a Giovanni Gentile, Vintila Horia e Russell Kirk, Guido Manacorda e Carlos Alberto Disandro, Attilio Mordini e Giovanni Papini…

Ma veniamo ora alla Spada di Perseo, che l’autore stesso ha definito il lavoro più importante della mia vita: si tratta di un saggio di e sulla Metapolitica, sulla scorta del pensiero e dell’opera di un grande autore tradizionalista italiano, Silvano Panunzio (Roma 1918-2010), amico fraterno di Primo Siena che fu fondatore, nel 1976, proprio di una importante rivista dal nome Metapolitica.

Per capire cosa si intende per metapolitica occorre forse partire dal suo contrario, quella che l’autore indica come la criptopolitica, che, sotto nomi diversi, più alla moda ma molto più imprecisi (mondialismo, globalizzazione, nuovo ordine mondiale, usurocrazia planetaria, fino ai complottismi e alle teorie cospirazioniste più o meno serie) penetra ormai tutta la società contemporanea.

La criptopolitica quindi è l’espressione di quei poteri occulti (l’intreccio di mass-media, multinazionali, poteri forti dell’alta finanza, lobbies e massonerie varie, mafie e criminalità organizzata…) che, sempre presenti nella Storia, ma mai come in questi tempi ultimi così pervasivi, vanno ad occupare progressivamente gli spazi dai quali è stata sloggiata più o meno dissimulatamente la vera politica.

Qui emerge subito l’estrema attualità di questo saggio: è sotto gli occhi di tutti ormai, anche nella realtà quotidiana più spicciola, come il potere decisionale reale non sia più nelle mani dei cosiddetti “politici” e tantomeno dei liberi cittadini o del popolo. Basti pensare a questa falsa Europa con i suoi oscuri burocrati, funzionari e banchieri che a Bruxelles e Francoforte condizionano l’economia di interi popoli riducendoli alla fame; o alle campagne mediatiche sapientemente orchestrate che periodicamente si prendono cura di rieducarci orwellianemente su ogni questione “politicamente corretta”, dai diritti dei gay alla “cultura” di genere fino alla bontà della società multietnica e multirazziale; o alle “rivoluzioni” più o meno colorate e alle guerre “umanitarie” con cui è “doveroso” esportare la democrazia, e ai colpi di stato o semplicemente ai cambi di governo sempre più chiaramente manovrati da lobbies, servizi segreti ed entità sopranazionali.

Consumismo di massa, alienazione sociale, individualismo sfrenato, sradicamento delle Tradizioni locali a favore del melting pot globale, uniti a una capillare e onnipresente capacità del sistema di controllo e condizionamento sociale e culturale, stanno ormai riducendo la moderna umanità ad una massa informe docilmente rassegnata a un destino di servitù, e il singolo individuo da persona a semplice unità di consumo e di produzione.

La categoria della criptopolitica che, senza ricadere in facili stereotipi e banalizzazioni complottistiche, denuncia tutte quelle forze infere che da sempre operano dietro le quinte della storia, serve quindi a evidenziare come la politica, la scienza per gli uomini e degli uomini per antonomasia, abbia bisogno, per compensazione, di un sostegno di segno opposto, superiore e positivo. Questa è la metapolitica, concepita come  “una scienza sintetica che riassume in sé la metafisica (scienza dei principi primi) la politica (scienza dei mezzi), e l’escatologia (scienza dei fini ultimi). In questa prospettiva la metapolitica si definisce anche come metafisica applicata, definizione che non indebolisce la politica reale, concreta – intesa come operatio aestetica –  vale  a dire: qualcosa che non ha bisogno di parole demagogiche bensì di azioni nobili (recte agere) ovvero “pensiero in azione”, secondo il concetto del filosofo Giovanni Gentile dedotto da una nota endiadi di Giuseppe Mazzini, Pensiero e Azione. [pag. 26-27]”

Siamo quindi lontani dal concetto di metapolitica, noto ai più in riferimento alla corrente della Nuova Destra nata in Francia a partire dagli anni ’70 con Alain de Benoist. Qui la metapolitica, riprendendo le note tesi di Gramsci, si sviluppa su di un piano esclusivamente orizzontale, risolvendosi in un mero momento di contropotere culturale, che si oppone alla cultura dominante ma con una predominante finalità strumentale: preparare il terreno alla conquista del potere politico. Questa strategia “metapolitica” è stata applicata molto bene, come sappiamo, qui in Italia dalle forze marxiste, dove a partire dal ’68 si può dire che tutta la cultura, dai salotti buoni ai giornali, alla scuola e alle università, sia in mano alla sinistra. Le analisi di De Benoist e della Nuova Destra sono estremamente interessanti, ma non è questa la metapolitica che ci interessa.

La Metapolitica di Silvano Panunzio e di Primo Siena si sviluppa infatti in senso verticale, perchè esprime la necessità per la politica, se vuole essere in grado di agire correttamente e difendersi dalle tentazioni della criptopolitica,  di rifarsi a un ordine superiore, sacro e trascendente:

Nella concezione platonica, il senso del sacro assicura l’unità politica dello stato che comprende anche l’ambito delle Muse, perché anche le arti costituiscono l’apporto degli ideali estetici dell’etica pubblica. […]

Tutte le civiltà precristiane – sia quelle antiche di Oriente e di Occidente o quelle precolombiane d’America  – posseggono profondi tratti teocratici, poiché in tutte loro il fondamento del potere politico si rifà a un’origine divina e l’autorità sovrana viene esercitata in nome di una volontà divina rappresentata dagli uomini considerati più degni di interpretarla.

In quelle civiltà l’ordine politico era il risultato dell’adeguamento all’ordine naturale  e all’ordine cosmico trascendente.

Scrive Juan Donoso Cortes “Tutte le legislazioni dei popoli antichi si fondano sul timore degli dei. Polibio dichiara che questo sacro timore è più necessario ai popoli liberi che non agli altri. Affinché Roma divenisse la città Eterna, il Re Numa la fece città sacra. Tra i popoli dell’antichità il popolo romano è stato il più grande precisamente perché è stato il più glorioso” [pag. 15-18]

Primo Siena, analizzando il moderno concetto di sovranità e citando le tesi di Carl Schmitt [pp. 20-22], evidenzia come il potere moderno, disancorandosi dai suoi fondamenti sacri e senza più alcuna giustificazione superiore, si configura sempre più come qualcosa di tenebroso e demoniaco (il potere per il potere) e la politica come conflittualità permanente di interessi contrapposti.

E qui si comprende molto bene il simbolismo perfetto dell’immagine di copertina del libro: la figura di Perseo che, eroe metapolitico, è capace di ergersi con coraggio e decisione al di sopra degli intrighi e delle bassezze della criptopolica, e tagliare di netto la testa della terribile Medusa, metafora del potere moderno, vera e propria piovra dai mille tentacoli e dai mille inganni.

Come Perseo occorre quindi combattere contro i falsi idoli del mondo moderno, figlio dell’illuminismo e della rivoluzione francese, del materialismo teorico e pratico e del “contratto sociale” di Rosseau, per una rettifica metapolitica della democrazia attraverso una vera e propria filosofia del dissenso, secondo la appropriata espressione del filosofo argentino Alberto Buela

“La cultura del dissenso, con il suo vigore critico e la sua razionalità propositiva, restituisce alla democrazia il senso classico originario già posseduto nel contesto della civilizzazione greco-romana; per cui esa non è più il feticcio dell’utopica dichiarazione di principi proclamata dalla Rivoluzione francese, perché torna ad essere un complemento dell’effettiva libertà dell’uomo libero – il politeis eleutheros che è parte fondante di una democrazia olistica nella quale i valori di libertà, appartenenza  e partecipazione sono fondamenti di una comunità organica e non di individualismi ed egualitarismi astratti, come accade nelle democrazie moderne [p. 45]”.

Il secondo itinerario proposto da Primo Siena si intitola Metapolitica e ciclicità storica, ed è un densissimo compendio del nostro glorioso passato da Roma fino all’età moderna.

In questo percorso autentici metapolitici sono tutti quegli eroi, poeti, santi, filosofi ma anche artisti e uomini di governo, che, in ogni tempo e luogo, hanno saputo, come Perseo con Medusa, superare le insidie della criptopolica e della realtà contingente e riconnettere la loro opera ai valori originari e assoluti della Tradizione Perenne.

Abbiamo quindi un bellissimo capitolo sul Senso metapolitico del nome segreto di Roma (paragrafi: Potere evocativo della parola – Il mito di fondazione della città eterna – La tradizione religiosa de romani – Ri-velazione misterica del nome segreto di Roma) e uno sulla Romanizzazione del cristianesimo, evento metapolitico, fino al Sogno metapolitico di Dante, la restaurazione del Sacro Impero auspicata nel De Monarchia. Lasciamo al lettore il piacere di approfondire, non senza una citazione dal paragrafo “Universalismo” dantesco versus globalismo “moderno”:

“Certo non manca chi, nell’ansia di modernizzare Dante a tutti i costi, considera che il trattato De Monarchia sia una anticipazione medievale del mondialismo globalista per mezzo del quale attualmente i poteri forti cercano di imporci l’omologazione delle culture attraverso l’omogeneizzazione dei mercati. […]

Nell’universalismo di Dante le diversità non sono appianate, bensì vengono assunte dalla struttura gerarchica dell’Impero. Il modello sociologico feudale – il cui maggior difetto era costituito dalla frammentazione in stati municipali e regionali frequentemente in lotta fra loro – si modernizza nel modello dantesco che attribuisce al monarca universale la potestà di imperare (vale a dire:di comandare su un ambiente più vasto, ma con intensità meno stringente), mantenendo per i Re subordinati la potestà di régere (vale a dire: di regnare su ambienti più limitati, ma con maggiore intensità). Dante ci dimostra in questo modo che la diversità non è mai garantita dalla frammentazione, bensì protetta dai grandi imperi, come accadde per l’impero romano. Lezione questa che ha recuperato vigenza di fronte alle tragedie civili del mondo moderno, come quella recente dei Balcani [pp. 91-92]”.

Abbiamo poi capitoli su Francesco Petrarca (La passione poetica di un culture dell’antichità classica) e sul nostro Rinascimento, con approfondimenti su Marsilio Ficino (il Platone rinascimentale), Giovanni Pico della Mirandola (De Digitate Hominis), Girolamo Savonarola e Niccolò Machiavelli (Il “Galileo” della politica e L’ostretrico della scienza politica moderna).

Un posto d’onore è riservato all’opera di Giambattista Vico, che con la sua “Scienza Nuova” è da considerarsi come un vero e proprio maestro ante litteram della metapolitica e sano antidoto alla incipiente filosofia illuminista. Proprio riallacciandosi al pensiero di Vico, Primo Siena svolge interessanti considerazioni a proposito dell’America Latina, continente in cui, ricordiamolo, risiede da oltre 30 anni e in cui è stato pubblicato questo saggio, direttamente in castigliano, considerazioni che hanno anche importanti risvolti geopolitici. Riprendendo le idee e i concetti del filosofo argentino di orientamento peronista Carlos Alberto Disandro, Primo Siena preferisce parlare del Sud America come di una America Romanica, in cui le culture autoctone precolombiane si sono fuse, attraverso un processo certamente doloroso ma necessario, con la cultura europea dei colonizzatori spagnoli, di stampo romano-cattolico e non ancora corrotta del puritanesimo protestante e dal progressismo illuminista. Per questo il Nord America anglofono rappresentato dagli USA, dopo aver eliminato attraverso uno dei più brutali genocidi le popolazioni indigene e distrutto, con la guerra di secessione, gli Stati Confederati, che incarnavano un tipo di colonizzazione legato ancora ai valori europei e tradizionali, si può giustamente ribattezzare come America Fenicia. La storia si ripete quindi  nei suoi corsi e ricorsi, per dirla con Vico, e abbiamo di nuovo Roma contro Cartagine, quindi il sangue contro l’oro.

Il compito storico dell’America Romanica diventa quindi quello di recuperare le proprie radici, “il senso ontico del proprio principio iperboreo che aveva investito il pensiero greco-romano”, scrollandosi di dosso il miraggio ammaliatore della cultura illuminista e, fuor di metafora, liberarsi dal soffocante abbraccio dell’imperialismo yankee. L’America Romanica, di fronte ad un’Europa vecchia e stanca che ormai Europa non è, può e deve diventare, in questi tempi ultimi, una nuova “terra di mezzo”, portatrice di una nuova sintesi di Civiltà:

“L’attuale tentativo criptopolitico di portare a esaurimento le diverse civiltà moderne del pianeta al fine di ottenere l’omologazione mondiale – camuffata da libertarismo, ma dominata in realtà dal demonismo totalitario di un interesse economico apolide che ha spento ogni senso politico-religioso nella vita personale e collettiva degli uomini – ci fa pensare che questa “età umana”, esaurite ormai le ultime risorse della sua razionalità, si stia avvicinando al limite estremo aldilà del quale incombe l’imminente barbarie futura.

In tale contesto, la cosmovisione vichiana risulta essere la più opportuna per l’idiosincrasia mitico religiosa  e storico-culturale della nostra America Romanica, in quanto tornare a Vico significa ricostruire la sintesi dinamica tra Verum e Factum, tra mito e realtà, ragione e immaginazione, religione e verità; significa soprattutto penetrare nel profondo della nostra intimità sociale e personale, coscienti che se la ciclicità della storia serba il rischio di un ritorno alla ferinità acherontica della ingens sylva, il mito perenne della mens eroica, sostenuto dalla storia ideale eterna, mantiene viva la speranza di poter raggiungere ancora una volta le vette immacolate dell’età iperboerea [pp. 162-163].

Il terzo itinerario proposto dall’autore è incentrato sulla cultura del mito, del rito, del simbolo come mezzo di conoscenza umana, cosmica e spirituale diverso e superiore rispetto al razionalismo totalitario imperante nelle società moderne, conoscenza comune a tutte le civiltà tradizionali pre-moderne. Vengono approfondite e analizzate le tesi di importanti studiosi nei paragrafi: L’interpretazione “simpatica” del mito secondo Ernst Cassirer; Mircea Eliade e l’interpretazione “trascendente” e “assiologica” del mito; La funzione “pedagogica” del mito secondo Jerome S. Bruner.

Da qui si passa a una disamina di due autentici miti “moderni”, quello tutto italiano di Pinocchio (L’itinerario catartico di un Ulisse bambino) e quello del Signore degli Anelli (Tolkien, moderno restauratore del mito). La saga del Signore degli Anelli viene qui messa in relazione con quella della Cerca del Graal, uguale e contraria al tempo stesso. Nella leggenda arturiana la coppa sacra del Graal, simbolo della sacralità divina, deve essere raggiunta e conquistata degnamente come condizione per guadagnarsi uno status di grazia. Nel Signore degli Anelli è esattamente il contrario: Frodo deve affrontare una lunga peregrinazione attraverso la terra di Mezzo per distruggere l’anello del potere. In entrambe le saghe è evidente una soteriologia del potere, concepita come un cammino catartico per la salvezza dell’anima e la redenzione spirituale del regno. Mentre nelle leggende arturiane il Graal simboleggia il carattere sacro del potere e la restaurazione del potere trascendente che il re-sacerdote deve esercitare come un servizio diretto al bene spirituale e materiale dei suoi sudditi, nel Signore degli Anelli il percorso avventuroso e tragico di Frodo si conclude non con la conquista, ma con la distruzione di un potere trasformatosi in qualcosa di tenebroso, distruttivo e incontrollabile.

L’ultimo itinerario del saggio di Primo Siena è dedicato al difficile tema della metapolitica in rapporto all’escatologia, la scienza che si occupa dei destini ultimi dell’essere umano e del cosmo. L’autore sintetizza il nesso fra le due discipline attraverso la seguente formula: la metapolitica, quale scienza dei mezzi e dei fini, si profila come una Escatologia acquisita, mentre l’escatologia si configura come una Metapolitica ispirata.

Segue un interessante paragrafo intitolato Babilonia e Jerusalem: Pseudo-cultura e cultura che introduce il tema della figura della Vergine Maria, descritta nei Vangeli come Signora del silenzio, e il mistero delle apparizioni mariane, in cui invece la Madonna si fa Signora della Parola, testimone del Verbo che richiama insistentemente l’umanità alla penitenza e alla preghiera in questi apocalittici tempi ultimi. L’autore approfondisce in particolare la figura della Vergine di Guadalupe, apparsa a Tepeyac, in Messico, nel 1531, al povero contadino di origine azteca Juan Diego, patrona delle Americhe, la cui immagine rimasta impressa miracolosamente sul mantello dell’Indio è custodita a Città del Messico nella grande basilica-santuario a lei dedicato.

In queste pagine bellissime l’Autore esprime tutta la sua fede personale da cui scaturiscono considerazioni limpide e puntuali sul simbolismo profondo dell’immagine della Vergine di Tepeyac. L’Autore vede infatti nella nobile figura della Vergine impressa nel mantello, che possiede tanto i tratti della razza amerindia dalla carnagione bruno-olivastra quanto la luminosità e alcuni tratti propri della razza europea, l’espressione di quel processo di osmosi per il quale indigenismo e ispanismo si sono integrati nella latinità, forgiando quell’America Romanica a cui occorre guardare con speranza.

Ma non solo, per Primo Siena, fra i molteplici significati che il simbolismo della Vergine Bruna di Guadalupe riassume, vi è la rettificazione della figura della Madre Cosmica o Donna Divina. Considerata da certe scuole tradizionali (si veda ad esempio Julius Evola nella sua Rivolta contro il Mondo Moderno) come il simbolo della femminilità tellurica quasi sempre associata all’elemento “terra” o all’elemento “acqua”, essa assumeva l’espressione di “Madre Terra”, o di “Acqua rigeneratrice”, nella prospettiva di un momento dionisiaco in cui si esprimerebbe una legge di mutamento: ascesa e discesa, morte e rinascita. Legge che tipicamente vediamo manifestarsi nel ciclo delle stagioni.

“A questo simbolismo solstiziale si riconnette l’elemento della polarità tra Nord e Sud nel quale il ciclo “solare” nordico della spiritualità uranica (la diafana luce del Nord) si alterna al ciclo “lunare” (l’argentea luce del Sud) per cui si avrebbe una mescolanza del principio solare di “Artide” con quello lunare di “Atlantide”. Siffatta mescolanza tra il principio del Sole e quello della Madreterra costituirebbe una corruzione dell’elemento maschile-solare in quello femmine-lunare.

Orbene, la Vergine Bruna di Tepeyac- presentandosi come la donna vestita di Sole – opera una rettificazione della pretesa degradazione del ciclo solare uranico in quello lunare atlantideo e ritonifica in termini di regalità –che diremmo virile – la debilitazione del principi solare in quello lunare. Infatti l’apocalittica “Donna solare” domina la luna crescente posta sotto i suoi piedi e, come Donna incinta, è matrice della vita universale: partorisce ancora una volta “il Figlio Unigenito”, il Dio vivo del Quale è figura profetica il misterioso Re del Mondo [p. 220]”

Questo e molto altro ancora offre il ricchissimo saggio di Primo Siena, vero e proprio manuale della Metapolitica che l’autore lascia alle future generazioni, come guida e orientamento in questi tempi ultimi. Il lettore non si lasci spaventare da temi apparentemente difficili: gli argomenti sono complessi e profondi ma l’autore sa esprimerli in modo lineare e analitico, seguendo uno stile quasi “scolastico”: non dimentichiamo che Primo Siena ha lavorato una vita nel campo della pedagogia e dell’educazione, non disdegnando, a carriera già avviata e potendo scegliere, di insegnare anche in una prima elementare. Sono temi quanto mai utili e chiarificatori per chi, nonostante tutto, tenta ancora una azione costruttiva nella società civile e nella “politica” attuale: per ricostruire la Civitas occorre partire dall’alto dei Principi (come del resto l’etimologia stessa della parola indica…) per poi certamente agire dal basso, dalle piccole cose della vita quotidiana, ma non si può pretendere di ricostruire alcunché abbassando sempre di più il livello spirituale e morale di un popolo e abbassando se stessi ai feticci di questa democrazia totalitaria e di questa società di massa alienata e alienante, sempre più in balia dei poteri occulti (ma non più tanto nascosti) della Criptopolitica.

Perciò ringrazio Primo Siena e Silvano Panunzio, che con la Metapolitica “hanno saputo riportare nel suo giusto luogo il senso religioso della vita da dove la modernità l’aveva arbitrariamente sloggiato.

Giovanni Facchini

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(Dalla nota di retro copertina)

Perseo, figlio di Zeus e di Danae, è raffigurato nella celebre scultura di Benvenuto Cellini con la mano sinistra che sostiene la testa mozza della gorgona Medusa, mentre la mano destra impugna la spada con la quale la decapitò.

Va rilevato che la capigliatura della Medusa è composta da un groviglio di serpenti e che ella è di una tale bruttezza da pietrificare, per il terrore, chiunque la guarda in viso.

Il significato pristino di Perseo — come ha commentato il filosofo metapolitico argentino Alberto Buela — è “il Distruttore” che , dissidente nato, con la sua spada taglia il groviglio della cripotopolitica; e propone un “senso diverso” all’ordine delle idee, per combattere la corruzione della politica che ne adultera l’essenza trascendente per ridurla, nel migliore dei casi, a pura amministrazione di conflitti.

Primo Siena — secondo Alberto Buela — ha dimostrato una solvenza intellettuale invidiabile eleggendo Perseo come l’immagine della metapolitica che riscatta il valore classico della “politeia”; mentre la Medusa rappresenta il simbolo delle forze oscure che corrompono la politica affossandola nel livello infero della criptopolitica. Questa corruzione esige l’azione costante della metapolitica per restituire alla politica autentica il luogo e la dignità da dove essa è stata subdolamente sloggiata.

 

FUORI DAL BOSCO_Copertina

“FUORI DAL BOSCO” di Guido Giraudo, Excalibur Srl 2012, pp.gg. 88, copia omaggio

Ammetto timidamente che ho in parte soddisfatto la “puerile ambizione” dell’autore: non potendo raccontare queste storie ad un figlio, ho letto la favola “Fuori dal bosco” quasi di nascosto…da adulto eternamente immaturo.

Ed e stato un crescendo di stupore e di gioia. Il racconto (o i racconti se li si vuol prendere singolarmente) mi hanno fatto ricordare e sognare ad occhi aperti, un continuo rimando tra passato e presente, per il futuro.

Quanti momenti, quante situazioni, uomini, sguardi, sensazioni, gesta, ho rivissuto in un istante.

Il pregio dell’opera di Guido. A mio modesto avviso, è quello della a-temporalità. Che permette di potervisi metaforicamente riconoscere, più o meno parzialmente, a tutte quelle piccole o grandi comunità di destino, dalle profonde radici, che tali sono autenticamente e genuinamente come, nello specifico, la realtà di Lealtà ed Azione, a cui lo scritto si riferisce.

Scorrere con lo sguardo, riflettere con la mente, sentire palpitare nel cuore le vicende qui narrate è stato come respirare a pieni polmoni la brezza mattutina in un bosco, come abbeverarsi con le fresche acque di un torrente in montano.

Per questo il libro di Giraudo è, o meglio può essere per chi ne saprà cogliere le i messaggi e le potenzialità, un meraviglioso insegnamento allo stesso tempo antico ed attuale per “branchi di lupi”.

Senza voler qui scomodare filosofi, esoterici o alchimisti, mi sento di affermare che “Fuori dal bosco” contiene richiami ed insegnamenti di sapienza tradizionale, autentici diamanti incastonati nella semplicità narrativa d’una fiaba.

Caro Lambda…se da lassù ti hanno fatto arrivare fin qui, contro ogni logica ed aspettativa…un motivo ci sarà. Starà poi a noi capire e agire di conseguenza

Baltikum

«Puoi addomesticare i cani con il cibo, gli uomini con il denaro, ma i lupi…i lupi non li addomestica nessuno!»

voci_contro_vento-copertina

 “VOCI CONTRO VENTO. Storia e canzoni della musica alternativa (1965-1983)” di Federico Gennaccari, Claudio Volante e Guido Giraudo, Fergen 2012, pp.gg. 496, €20,00

Voci controvento da l’impressione di essere un libro importante per la storia del nostro ambiente anche solo sfogliandolo.

Si capisce da subito (fosse solo per le quattrocento e passa pagine che si hanno davanti) che si ha che fare con la raccolta, la più completa ed accurata possibile, sulle origini di quella che probabilmente è la forma di aggregazione, di diffusione, se vogliamo anche di lotta più importante per noi e cioè la Musica Alternativa, alternativa perché opposta a quella allora (ed ora) imperante di sinistra più o meno impegnata, alternativa ai Guccini e ai De Andrè, che iniziò pian piano, ma via via sempre più prepotentemente a diffondersi; musica autoprodotta, senza finanziatori milionari, ma raccogliendo gli aiuti di molti Camerati e di qualche (raro) parlamentare missino.

Il materiale raccolto dall’Associazione “Lorien” (che è in sostanza l’archivio storico della Musica Alternativa) in tutti questi anni, è stato passato al setaccio e condensato in questo volume pieno zeppo di aneddoti, testi, recensioni e testimonianze dell’epoca che va dal 1965 al 1983: un autentico patrimonio umano, culturale e perché no, politico da non scordare, mai.

Si comincia con quello che è considerato il primo a cantare fuori dal coro e cioè quel Leo Valeriano che il 31 dicembre del 1965 andò a Berlino, più precisamente presso il Check Point Charlie, che era uno dei punti di passaggio del muro, ed in faccia ai “Vopos”, le famigerate guardie di frontiera della D.D.R., cantò “Berlin”, una struggente canzone che parla di libertà calpestata e ricorda coloro che hanno tentato di fuggire dal “paradiso socialista”, ma che sono finiti uccisi dalle raffiche sparate dai mitra comunisti.

Si parla poi del Gruppo Padovano di Protesta Nazionale che dopo varie vicissitudini e avvicendamenti diventerà la più celebre Compagnia dell’Anello, unico gruppo ancora attivo e con decine di canzoni che tutti noi sappiamo a memoria, dei milanesi Amici del Vento, il cui nome fu suggerito dalla madre di due componenti del gruppo, Carlo e Marco Venturino che assieme a Cristina Costantinescu e a Guido Giraudo scriveranno una delle canzoni più famose (conosciuta anche fuori dell’ambiente) dell’epoca: “Trama Nera”, che racconta le fandonie dette dalla tv o scritte sui giornali per fare notizia a tutti i costi, magari anche nella consapevolezza di procurare tragedie e causare lutti….“racconta che a Milano è mancata la luce perché uno sconosciuto ha gridato viva il Duce”, i veronesi Z.P.M., il marchigiano Roberto Scocco (che da poco ha purtroppo deciso di “andare avanti”), gli Janus il cui chitarrista era Stefano Recchioni ucciso ad Acca Larenzia, Fabrizio Marzi e via con altre decine di singoli e di formazioni.

Viene raccontata la nascita e lo sviluppo delle radio libere di destra, più di cento in tutta Italia, i Campi Hobbit, il primo dei quali svoltosi nel 1977 a Montesarchio che ebbe una eco formidabile dato che i “benpensanti” pensavano fosse impossibile per i Fascisti organizzare una tre giorni di musica, dibattiti, confronti senza che scoppiasse un golpe.

Il libro racconta, con l’aiuto delle prime pagine dell’epoca del Secolo d’Italia, le fasi politiche di quegli anni, alleanze, divisioni, referendum su aborto e divorzio e gli eventi principali che li caratterizzarono, soprattutto (per noi) chi cadde per la Rivoluzione, il primo Ugo Venturini nel 1970, l’ultimo Paolo di Nella 1983 e chi fu assassinato assurdamente, vittima dell’odio comunista come i fratelli Mattei.

Inoltre nell’ultima pagina troverete un cd con 150 canzoni in formato mp3, molte delle quali sono registrazioni ormai introvabili

Insomma un libro che non può mancare di essere letto perché assieme alla storia della Musica Alternativa gli autori ci accompagnano in un viaggio che attraversa l’atmosfera degli Anni Settanta, fatta di lotta politica, di aggressioni, di tensione, di repressione, ma fatta anche, come recita il titolo di una canzone della Compagnia dell’Anello, di voglia di “Vivere davvero”.

Attendiamo con trepidazione il secondo volume dal 1983 ai giorni nostri…

Sergente Cypress

 

Inquieto Novecento

“INQUIETO NOVECENTO” di Rodolfo Sideri, Mario Michele Merlino, Edizioni Settimo Sigillo 2004, pp.gg. 256, € 20

Quando mi è stata consigliata la lettura di “Inquieto Novecento” ho avuto subito una reazione negativa, (anche se non dubito minimamente dei gusti letterari di chi me l’ha suggerita) data dalla copertina non proprio graficamente esaltante e dal tema trattato che non è certo pane per i denti di tutti, il titolo e gli autori però m’incuriosivano, il primo lasciava presagire sorprese interessanti mentre gli autori sono sicuramente delle penne “non convenzionali”…

E così è stato…Il libro è il resoconto dell’eruzione di un vulcano che ha sconquassato con tutta la sua forza il secolo scorso, un vulcano che ora apparentemente riposa, ma che nel suo profondo custodisce un magma ancora incandescente che spinge verso l’alto decine di rivoli di metallo liquido che distruggono qualsiasi cosa ostruisca loro il passaggio.

Ognuno di questi rivoli è un personaggio descritto e analizzato dai due autori che si alternano a raccontarci queste figure in maniera del tutto originale, accendendo la curiosità e la voglia di approfondirli con altri testi magari più specifici.

Si parla di Ernst Junger che ha diciotto anni in polemica con gli “accomodamenti” della vita borghese si arruola nella Legione Straniera, poco dopo il suo ritorno scoppia la Grande Guerra, si arruola volontario, viene ferito quattordici volte e decorato più volte per il suo ardimento arrivando ad essere insignito della Croce dell’Ordine pour le merit, la più alta decorazione germanica.

In trincea Junger si rende conto che la Guerra moderna niente ha a che vedere con le Gesta cavalleresche del passato, la logica tecnica ha il sopravvento sull’uomo, è disumana e meccanica, specchio questo della rivoluzione industriale, ma capisce anche che da questa Guerra sorgeranno Uomini nuovi, forgiati nel fuoco e nel sangue e che saranno la guida dell’Europa di domani.

Si parla di Giovanni Gentile che scrisse il 28 dicembre del 1943 “Anche una grande fiamma può diventare piccola favilla; ma anche questa se non si spegne , può tornare a dilatarsi in un vasto incendio. I popoli non muoiono se alle sconfitte sopravvive indomita la loro volontà di indipendenza. In questa volontà è la vita”.

Come scrive M.M. Merlino, buone lezioni da un buon maestro…

Le citazioni si sprecano:

T.E. Lawrence:(meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia) “Tutti gli uomini sognano, ma non allo stesso modo. Coloro che sognano di notte nei ripostigli polverosi della mente, scoprono, al risveglio, la vanità di quelle immagini; ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno ad occhi aperti, per attuarlo”; Cèline: di ritorno nel 1936 da un viaggio in Unione Sovietica scrive “La miseria russa l’ho ben vista io; è inimmaginabile, asiatica, dostoievskiana, un inferno putrido: aringhe, cetrioli salati e delazione…Il Russo è un carceriere nato, un cinese fallito… farebbe schifo persino ai porci di vivere in un simile merdaio”; Josè Antonio Primo de Rivera: “Il cammino più corto da un punto all’altro passa per le stelle” e ancora “lo Stato si propone di conseguire, attraverso la rigorosa disciplina dell’educazione, uno spirito nazionale forte e unito, di installare nell’animo delle future generazioni la gioia e l’orgoglio della propria Patria”, e così via…

I personaggi sono molti e tutti a loro modo diversi, a volte senza neppure averli mai letti, li “sentiamo dentro, nostri”, quello che magari leggiamo di loro, anche per caso ci risulta immediatamente famigliare, siamo d’accordo su tutto, è quello che abbiamo sempre pensato, magari con termini meno forbiti, meno eleganti, ma la sostanza è quella; ci hanno permesso magari inconsapevolmente di “venire dall’inferno col fuoco nelle vene”.

Merlino e Sideri ci fanno conoscere in maniera originale vecchi amici che nemmeno conoscevamo, perché come ebbe a scrivere Nietzsche “Incomincerò ad essere compreso nel Novecento, ma non mi si comprenderà completamente prima dell’anno 2000”.

 Sergente Cypress

 

“TASSATI E MAZZIATI. Le tasse nascoste: quando lo Stato ci mette le mani in tasca due volte” di Giuseppe Bortolussi, Sperling&Kupfer 2011, pp.gg. 192, € 16,50

Le tasse sono un elemento assolutamente necessario alla società da cui non si può prescindere se si vuole conseguire l’obiettivo di vivere in una comunità equa e solidale; sono lo strumento attraverso il quale lo Stato raccoglie le risorse per assicurare i servizi pubblici; detto questo però dobbiamo anche tentare di capire se ciò che paghiamo è il giusto corrispettivo per i servizi che otteniamo o se esiste un serio problema di rapporto qualità/prezzo e, se così fosse, come in effetti è, cercare di capire da dove arriva il problema e come spesso tutto ciò ci viene nascosto o reso di difficile comprensione.

Il sistema fiscale contributivo italiano è talmente macchinoso e complicato che ormai la stragrande maggioranza dei cittadini si limita a guardare il reddito netto senza essere consapevole di quello che veramente si versa, quanti di noi infatti si rendono conto che, anche qualora fossimo disoccupati, siamo tutti contribuenti a tempo pieno?

Questo libro, tra le altre cose, svela alcuni inganni di cui siamo costantemente vittime ad opera non solo di tutti quelli che ci hanno governato negli anni, ma anche dei mezzi di informazione. Infatti mai abbiamo sentito che, anche con gli attuali livelli di evasione fiscale, che nessuno intende in alcun modo giustificare, quanto attualmente entra nelle casse dello Stato è nettamente superiore a quanto incassano la maggior parte degli altri Paesi europei e sarebbe assolutamente sufficiente per garantire l’erogazione di servizi eccellenti, ma in Italia di fondo manca la capacità o la volontà di spendere bene le risorse.

L’autore, attraverso normali esempi di vita quotidiana, ci guida attraverso un percorso che sfata miti comuni, come quello che solo i redditi alti paghino imposte superiori al 40%, e aiuta a raggiungere una serie di consapevolezze talvolta dolorose come quando, grazie a calcoli matematici semplici, svela come in Italia a parità di reddito, le famiglie siano notevolmente svantaggiate rispetto ai single visto che il nostro sistema tiene solo minimamente in considerazione la situazione familiare del soggetto che produce reddito mentre in molti altri Paesi con economie paragonabili alla nostra tutto il sistema fiscale è improntato sul reddito dell’intera famiglia, in Francia si parla addirittura di famiglia fiscale, il paragone che se ne ricava è a dir poco pietoso. O come quando ci costringe a ragionare sul fatto che non di rado il popolo delle partite iva, spesso indicato da più parti come popolo di evasori causa dei mali dell’Italia, è costretto a pagare imposte anche quando l’attività risulta in perdita.

Forse visto gli argomenti trattati, e la rabbia che a tratti fa venire, non è il libro ideale da portarsi sotto l’ombrellone, ma da settembre in poi tutti dovremmo leggerlo. Finalmente qualcuno è riuscito a descrivere in modo comprensibile, senza eccessivi tecnicismi e paroloni, il malato funzionamento del nostro sistema tributario. Fin dalla tenera età di 14 anni mi è stato insegnato che per contrastare efficacemente un nemico bisogna innanzitutto conoscerlo, quindi è ora che mettiamo da parte l’atteggiamento passivo di chi si limita a pagare e lamentarsi e iniziamo a prendere consapevolezza di quanto veniamo presi in giro. In fin dei conti è lo stesso principio che sta alla base dei giochi di prestigio, tutto bene finché si sta a debita distanza ma più ci si avvicina più sarà facile svelare il trucco, con le tasse è lo stesso: pagare è giusto ma è profondamente sbagliato essere inconsapevoli, la consapevolezza è la nostra miglior arma di difesa.

Raffaella

“QUESTO MONDO NON BASTA. Uomini ed Eroi” di Federico “Skoll” Goglio, Ritter 2012, ppgg. 131, € 18

Leggere “QUESTO MONDO NON BASTA. UOMINI ED EROI” di Federico Goglio (in arte “SKOLL”) è come leggere diverse biografie molto particolari, nove e più sono i personaggi che Federico racconta a modo suo, dal suo punto di vista, il decimo è se stesso.

La sua biografia salta fuori un pezzo alla volta leggendo le altre, la sua passione per il kendo, un albero genealogico “che è tutto un programma”, dal bisnonno che ha preso a calci in culo gli austriaci sul Piave o giù di li, al nonno paterno che ha combattuto in Africa con l’Artiglieria celere e che conquistata una posizione inglese scopre in una cassa una ricca fornitura di “Johnnie Walker Red Label”, da allora non ne mancherà mai una bottiglia in casa (anche di Federico) a ricordo di quell’impresa, quello materno generale dell’aeronautica e poi presidente dell’aviazione civile negli anni ottanta che ogni tanto gli ricordava che l’unico Presidente del Consiglio che non si è chinato di fronte agli americani è stato Bettino Craxi quando nell’ottobre del 1985 fece schierare armi in pugno i Carabinieri e la Vigilanza Aeronautica Militare (V.A.M.) presso l’aeroporto di Sigonella per impedire alla Delta Force di catturare i responsabili del sequestro della nave Achille Lauro, uno dei pochi scampoli di sovranità che gli U.s.a. non tardarono a farci pagare a caro prezzo.

Tornando ai personaggi che “SKOLL” descrive nel suo libro si passa dal “Gigante di Sequals” Primo Carnera accostato in maniera poetica all’ultimo combattimento di Paolo Vidoz a Brigitte Bardot “oggetto dei desideri” degli uomini di mezzo mondo negli anni sessanta che ad un certo punto dice addio alla mondanità, rinuncia a rimanere giovane (chirurgicamente) per sempre e si dedica alle battaglie animaliste, critica la gauche al caviale e spara ad alzo zero sul sessantotto, poi ci parla dell’ultimo Samurai (quello vero) Yukio Mishima che consegna la sua Vita al Giappone millenario tramite il suicidio rituale (seppuku) per scuotere la sua Patria avvinta oramai dal consumismo occidentale, e del Comandante Massud che combatté i russi invasori del suo Afghanistan con l’onore di un cavaliere d’altri tempi, uno che tanto per fare un esempio il suo momento di preghiera lo voleva condividere con i suoi prigionieri.

Così tra un aneddoto, una considerazione e una battuta, questi personaggi ci diventano più familiari, e Federico con loro.

Il libro è arricchito da numerose foto di concerti e manifesti di eventi musicali a cui Federico Goglio ha preso parte, mentre le ultime pagine del libro raccolgono testi e accordi di alcune sue canzoni, sì perché quasi dimenticavo che “SKOLL” oltre a scrivere in maniera accattivante è uno dei protagonisti più originali nello scenario della Musica Alternativa.

Un libro da leggere in una serata magari ascoltando “Plaisir d’amour” cantata dalla mitica B.B.

Sergente Cypress

 “HO VISTO MORIRE KÖNIGSBERG. 1945-1948: memorie di un medico tedesco” di Hans Deichelmann, Mursia 2010, ppgg.321, € 19

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale venne consumato sulla Germania un enorme crimine di cui il solo parlarne rappresentava fino a qualche anno fa un autentico tabù. La verità viene lentamente disseppellita tra enormi rischi e difficoltà. La vicenda terribile dell’antica città di Königsberg è solo una delle tantissime tappe di quell’enorme crimine, ma particolarmente emblematica.

Gloriosa città tedesca dell’Ordine Teutonico, sita nella Prussia Orientale, grande porto sul Baltico e metropoli tra le più belle di Germania, sede d’una famosa università e patria di Immanuel Kant, storico avamposto del germanesimo verso il mondo slavo, per secoli mediatrice tra ovest ed est: venne brutalizzata prima dai selvaggi raid aerei britannici e poi dall’occupazione delle orde comuniste.

Königsberg era abitata per buona parte da civili, sfollati in seguito all’avvicinarsi del fronte orientale (furono 12 milioni i tedeschi orientali cacciati dalla loro terra). Venne prima accerchiata e tagliata fuori dal resto del Reich sul finire del ’44 e poi costretta alla resa ad inizio aprile ’45 dopo un lungo assedio, nonostante un’epica difesa delle poche unità della Wehrmacht e della milizia civile (Volksturm) presenti.

Da allora quella città si chiama Kaliningrad (in onore di Mikhail Ivanovič Kalinin, esponente comunista sovietico di primissimo piano, stretto collaboratore di Stalin e Capo di Stato sovietico dal ’19 al ‘46) e dal 1991 è rimasta enclave russa sul Baltico.

Un diario di un medico tedesco, Hans Deichelmann (pseudonimo di Hans Schubert), che dopo aver portato in salvo moglie e figlia a Gottinga decise di rispondere all’imperativo categorico del dovere tornando a Königsberg, ci racconta con dovizia di raccapriccianti particolari la sorte agghiacciante che toccò alla città e ai suoi abitanti, per un periodo di circa 3 anni, in pratica fino a quando gli ultimi tedeschi vennero stipati sui carri merci e spediti ad ovest.

Un’opera, questa, redatta interamente da Schubert a memoria una volta ritornato definitivamente ad ovest (marzo 1948), poiché nei territori sovietici era assolutamente proibito ai profughi portare con sé appunti cartacei di qualsiasi tipo.

Il diario documenta come Deichelmann cercò di tener fede al giuramento d’Ippocrate e di prodigarsi per i propri connazionali, in un clima impossibile di prevaricazioni, angherie e privazioni d’ogni sorta.

La città rasa al suolo, di cui venne cancellato il tessuto urbano ed ogni traccia architettonica e culturale; la popolazione sottoposta ad ogni sorta di violenze, stuprata nel fisico e nell’anima: nulla dell’infernale campionario della crudeltà degli occupanti venne colà risparmiato!

Pagine di “liberazione” scritte col tacito consenso dalle “grandi democrazie” liberali d’Occidente…

Questo libro ci testimonia d’una delle peggiori ferite inferte al volto dell’Europa, e delle altezze e delle bassezze che può raggiungere l’uomo messo alla prova in condizioni estreme come quelle di guerra.

Baltikum

“VIVA LA MUERTE! IL TERCIO. Dalle origini ai giorni nostri” di Giuseppe Franzo, Novantico Editore 2007, ppgg. 120, pagine € 30,00.

A chi conosce la famosa Legione Straniera francese e ha invece solo distrattamente sentito parlare del Tercio spagnolo questo volume servirà a comprendere quale è il ruolo che ha ricoperto quest’unità, nel passato e nel presente della Spagna, un ruolo fondamentale anche nella formazione stessa della Nazione iberica come la conosciamo attualmente, dato che ha combattuto (e sconfitto) con gli alleati italo-tedeschi il comunismo che intendeva stendere la sua rossa bandiera su tutto il Paese.

Ma andiamo con ordine.

La Legiòn nasce il 28/01/1920 da un’idea del Tenente Millàn Astray che si basa (ma non copia) sulla Legione Straniera francese che studia da vicino, visitandola e cogliendone i limiti con lo scopo di superarli; ad aiutarlo in quest’impresa c’è un giovane ufficiale che ha conosciuto poco tempo prima e di cui ebbe a dire “appena ebbi la fortuna di incontrarlo intuii subito le sue straordinarie qualità, per creare la Legiòn avevo bisogno di Uomini fuori dall’ordinario e di un “secondo” in possesso di tutte le qualità che a me mancano”, questo “secondo” si chiamava Francisco Franco Bahamonde, futuro Generalissimo di Spagna.

I due lavorano incessantemente, ma presto colgono i frutti delle loro fatiche, nei primi tre giorni di reclutamento solo a Barcellona i dieci/venti arruolati previsti diventano quattrocento che dopo poche formalità diventano i primi Legionari; provengono da ogni città e da ogni ceto sociale, tra loro un giapponese che si distinguerà per il suo furioso ardimento.

Anche per il Tercio l’Africa è la terra del destino, qui è chiamato a difendere il protettorato spagnolo in Marocco dagli attacchi del RIF che vuole una repubblica indipendente.

Già nel 1921 il battesimo del fuoco a cui seguiranno anni di battaglie, eroismi, sangue versato e perfino il primo sbarco aeronavale della storia, che verrà poi attentamente studiato dagli alleati (!) nel 1944.

Nel 1931 le elezioni segnano la fine della debole monarchia, al potere (con mille difficoltà) vanno i socialisti con i repubblicani che attirano le antipatie di un Esercito sempre più ridimensionato, finché nel 1936 le forze armate si sollevano al comando di Franco che, con l’aiuto della Legione Condor tedesca e dei Volontari Italiani (circa 50˙000 con oltre 5000 caduti), sbaraglia la resistenza dei comunisti giunti in Spagna un po’ da tutto il mondo (le brigate internazionali) e “diretti” dall’NKVD sovietico che intendeva utilizzare la Spagna come un laboratorio in cui realizzare tutto ciò che era stato fatto dopo la rivoluzione d’ottobre: presa del potere, onnipresenza della polizia ed eliminazione di tutte le opposizioni (comprese quelle interne).

Il testo di Franzo, suddiviso in numerosi capitoli di approfondimento tematico, si avvale di una robusta sezione documentaristica e di un’ampia rassegna fotografica, con inediti e rarità.

Per capire con poche righe lo “spirito” del libro, vi segnalo la dedica dell’autore al padre e a tutti i soldati che hanno donato la vita alla Patria, e le parole del Colonnello Ramon Moya Ruiz, presidente della Confraternita Nazionale degli Antichi Cavalieri Legionari “LA MORTE IN COMBATTIMENTO È IL PIÙ GRANDE ONORE PER COLUI CHE VESTE LA CAMICIA DELLA LEGIONE”.

Sergente Cypress

 

“Dien Bien Phu. Cittadella della gloria (21 Novembre 1953 – 8 Maggio 1954)” di Lucien Bornert, Effepi 2010, ppgg. 142, € 32,00

La Francia sa essere generosa, porta lontano la civiltà e la libertà per mezzo delle sue leggi e guida le popolazioni verso un grado di maturità politica ed economica tale da permettere di restituire loro l’indipendenza. Tuttavia non fu mai precisato quale esattamente dovesse essere questo grado di maturità e chi fosse in grado di giudicare se esso fosse stato raggiunto o meno. Questa interessante considerazione applicabile alle “potenze” attuali dà il senso dell’impegno francese in Indocina, all’inizio snobbato dall’opinione pubblica che si interessa poi alla questione solo quando l’impegno diventa pesante sotto il profilo economico e dei caduti, che i sottovalutati viet minh continuano a mietere. L’epopea si svolge a Dien Bien Phu dal 21/11/53 al 08/05/54. Dien Bien Phu è un piccolo agglomerato urbano situato in un vasto avvallamento circondato da alte colline che i francesi trasformano in fortezze a protezione di un campo di aviazione sul quale atterrano truppe e materiali di ogni tipo e che i viet minh, agli ordini del generale Giap, attaccano senza sosta usando i cadaveri per superare i reticolati francesi, ma ad ogni assalto rispondono ferocemente i parà ed i Legionari che compongono il 25% della guarnigione perché, come disse il generale De Negrier nel 1884, «Voi Legionari siete soldati nati per morire ed io vi mando dove si muore». Spesso i combattimenti erano all’arma bianca ed i feriti non potevano essere evacuati dal momento che i viet minh sparavano anche sugli elicotteri della croce rossa, così per dar man forte ai camerati intrappolati a Dien Bien Phu si arruolavano dai reparti più disparati come volontari nei parà (1700 solo nel primo giorno) e dopo 2 ore di addestramento erano già “pronti” al lancio, gli ultimi 150 si lanciarono il 04/05 ben sapendo che il crepuscolo era oramai vicino. Il comandante della base De Castries venne promosso generale il 16/04 così per innaffiare i gradi vennero paracadutate 200 bottiglie di cognac che purtroppo caddero tra le fila nemiche. Alla fine, dopo 168 giorni di assedio e 57 di battaglia aperta, i viet minh occupano il quartier generale francese. L’ultimo comunicato del comandante De Castries dice: «Situazione grave. i combattimenti si svolgono nella confusione. sento che la fine si avvicina. ci batteremo fino all’ultimo». Una pagina di eroismo e di abnegazione (da una parte e dall’altra) che vale la pena conoscere. Una ricca galleria fotografica, mappe con gli sviluppi tattici dei combattimenti ed un bel dvd in francese e vietnamita completano ed arricchiscono il testo.

“L’Anitra Blu. Legionari e soldati di ventura in Africa” di Orazio Ferrara, Aviani e Aviani Editori 2011, ppgg. 176, euro 18.

“L’Anitra Blu” è un racconto fedele e dettagliato delle vite di alcuni uomini che rifiutarono la cosiddetta “vita borghese”, e spesso i facili guadagni, preferendo imbracciare un fucile per difendere ed affermare un’idea di libertà di popolazioni africane oppresse, (in barba a chi vedeva in loro solo dei razzisti con sete di denaro) e che spesso coincideva con il loro stesso “bisogno” di libertà, libertà di poter vivere una vita avventurosa, rischiosa, scomoda, combattendo in Africa la guerra terminata in Europa contro il comunismo, che tentava di affermarsi nel Continente Nero.

Si perché “les affreux” (i terribili), come amavano farsi chiamare erano spesso reduci del secondo conflitto mondiale, come Siegfried Muller meglio conosciuto come “Kongo Muller”, che combattendo per l’indipendenza del Katanga dal Congo non faceva troppi misteri sul suo passato Nazional-Socialista, ostentando sempre sulla sua uniforme la Croce di Ferro di 1ª classe con al centro la croce uncinata, o come disse l’irlandese Mike Hoare «…uccidere dei comunisti è come uccidere dei parassiti, uccidere dei nazionalisti africani è come uccidere degli animali, non amo né gli uni né gli altri».

È significativo (e poco conosciuto) che addirittura il “mitico” Che Guevara, inviato da Fidel Castro in Congo (“accompagnato” da numerosi consiglieri militari cubani, armi ed equipaggiamenti) per esportare il castrismo in Africa e supportato dalle tribù congolesi dei Simba (la cui caratteristica principale era un odio profondo verso i bianchi), a cui veniva fatto credere (con l’aiuto di pesanti droghe) che gridando in battaglia “mai mulele” (cioè acqua mulele) le pallottole si sarebbero trasformate in acqua, restò in Africa solo un anno inanellando una sconfitta dopo l’altra contro i bianchi mercenari ed i loro combattenti neri; Che Guevara fu costretto dallo stesso Fidel a lasciare il continente; lui stesso ricorderà successivamente la propria permanenza in Africa come una «vera catastrofe».

Altro personaggio affascinante descritto nel libro é Jean Schramme, un paracadutista belga che in Congo diventa proprietario terriero e come tale vorrebbe continuare a vivere anche dopo l’indipendenza del paese dal Belgio, ma per farlo è costretto a riprendere le armi, fonda il battaglione Leopard che diventa famigerato molto presto dal momento che non fa prigionieri.

La sua idea era di creare a Bukavu uno stato nello stato, la Patria di tutti i “Volos”, di tutti i mercenari e di tutti gli africani che al loro fianco avevano combattuto, uno stato senza Marx e Coca cola, ma ovviamente quest’idea non poteva andar giù a nessuno dei due blocchi mondiali e così dovette abbandonare l’Africa per sempre.

Rolf Steiner invece era un tedesco ex seminarista poi Legionario che combatté prima in Indocina, poi in Algeria con il primo REP (Regiment Étrangère de Parachutistes) fino al pronunciamento militare del 1961 ed il conseguente scioglimento del reparto, entrato quindi nell’OAS (organizzazione che rivendicava l’Algeria alla Francia) venne arrestato per due anni, dopodiché combatté in Biafra i nigeriani che volevano invadere il paese creando la Legione Nera finché, tradito, venne catturato, ridotto in fin di vita e costretto ad abbandonare il paese.

Nel libro si narrano le vicende degli italiani in Africa, la quasi totalità provenienti dagli ambienti neofascisti, su tutti Piergiorgio Norbiato, incursore di marina che combatteva in Africa portando sempre con sé la bandiera con il leone di San Marco, (ricordo del suo passato) morto in Biafra difendendo una postazione fino all’ultima cartuccia (come racconta un altro mercenario italiano che era con lui), «quando i suoi negri erano già in fuga».

Altro episodio che vede protagonisti gli italiani é l’assalto a Kindu (in Congo) nel 1964 dove “Mad” Mike Hoare li fa passare dalla retroguardia alla testa del commando per poter vendicare più “efficacemente” i connazionali dell’Aeronautica Militare massacrati bestialmente tre anni prima, «con un largo sorriso corsero verso i mezzi in testa alla colonna e sparirono in un lampo con la vendetta in pugno».

Viene descritta in oltre la nascita del Tercio de Extranjeros spagnolo e l’impiego del primo REP in Algeria, ricca la bibliografia e moltissime le illustrazioni, alcune davvero “esotiche”…

“KAREN Un Popolo in lotta” (a cura) di Fabio Franceschini, L’Uomo Libero 2008, ppgg. 126, 10,00

Esce a cura dell’Associazione di intervento sociale e culturale L’UOMO LIBERO Onlus questo agile libretto che traccia il quadro della vicenda dei Karen avvalendosi di sintetici inquadramenti storici, dell’intervento di Franco Nerozzi (responsabile della Comunità Solidarista POPOLI) e delle interviste al Dott. Franco Turano (medico volontario di Popoli), all’artista Graziano Cecchini (“Rosso Trevi”) e a Nerdah Mya (Comandante operativo dell’Esercito di Liberazione Nazionale Karen – KNLA).

Si passa da quelle che sono le cronache di una delle ultime missioni umanitarie in territorio birmano, ai racconti di violenze, soprusi e sottomissioni soprattutto nei confronti delle donne, alla presentazione di quello che è l’intervento fattivo messo in campo da L’UOMO LIBERO e cioè “Terra e Identità”: un progetto agricolo che, attraverso la costruzione di piccoli villaggi rurali autosufficienti dal punto di vista alimentare, ponga in essere le condizioni per il rientro, nelle aree storicamente abitate da questo eroico Popolo di origine mongolico/tibetana, di migliaia di rifugiati sparsi nei campi profughi tailandesi. IDENTITÀ vs GLOBALIZZAZIONE.

Non un Popolo di guerrieri invincibili, prossimo a cinematografiche immagini di supereroi, ma gente semplice, ospitale, coraggiosa, umile, parca e devota: UN POPOLO che lotta per le proprie radici, ma che purtroppo vanta nemici illustri ed estremamente più potenti: narcotrafficanti, mercanti di armi e di preziosi, multinazionali occidentali, servizi segreti, oltre ovviamente al regime di Rangoon (che gode stretti legami con Cina, Russia, India, Australia e Israele in termini di supporti, forniture e consulenze militari ).

Basti qui giusto ricordare che i Karen rifiutano la coltivazione, la vendita e l’uso di droga, proprio loro che vivono nel famigerato “Triangolo d’Oro” e che potrebbero ricavare benefici materiali immediati e consistenti se solo deflettessero dalla loro coerenza.

Nel periodo delle tante ipocrisie natalizie, questo è un Regalo per chi non ha potuto conoscere la storia dei Karen attraverso la mediazione informativa e l’operato di “Popoli” e per chi comunque è ancora di Buon Sangue.

 

“IL SANGUE E LA CELTICA Dalle vendette antipartigiane alla strategia della tensione. Storia armata del neofascismo” di Nicola Rao, Sperling & Kupfer 2008, ppgg. 459, € 18,00

Premetto subito che ho approcciato il libro di Rao in maniera indiretta, sullo strascico del polverone di polemiche che ha sollevato l’uscita del secondo episodio della trilogia partita con “La Fiamma e la Celtica” e che andrà a concludersi nel corso del 2009 con “Il Piombo e la Celtica”. Polemiche di cui sopra, ma soprattutto perplessità, che ho potuto “toccare con mano” anche alla presentazione veronese del libro che non ha risparmiato l’autore da un serrato fuoco di fila sia da parte del pubblico sia da parte del tavolo degli oratori.

A questo punto, prima di acquistare il testo e contribuire economicamente ad una operazione così avversata, ho deciso di farmelo prestare e leggermelo con calma. Questo per puntualizzare il mio grado di prevenzione.

Preciso che per questioni anagrafiche e, in minor parte, per tipo di percorso politico le vicende qui narrate mi sono estranee, gli accadimenti hanno solo sfiorato la mia gioventù (trascorsa durante gli “anni di plastica” o del “riflusso”), la stragrande maggioranza dei nomi li ho conosciuti solo sulla carta, dati e documenti sono talmente copiosi da risultare così impossibile l’orientarmi (qualcosa sull’argomento ho letto, qualcos’altro lo sto leggendo) in decenni di storia neo/post-fascista, spontaneismo, estremismo, destra radicale, etc; e questo credo valga anche per tutti i comuni lettori e il grande pubblico a cui il libro (e la casa editrice) si rivolge. E proprio in questo aspetto valuto la sua pericolosità. Mi spiego. Il lettore, non attrezzato di sufficiente vaglio critico sull’argomento e conoscenza diretta e diffusa delle vicende ivi narrate, può essere indotto a credere in ciò che tra queste 459 pagine si “sostiene”, o meglio, non si esclude e quindi s’insinua: la colpevolezza di un certo mondo politico in merito alla stagione delle stragi che hanno insanguinato l’Italia! E questo è inaccettabile laddove nonostante costruzioni arbitrarie, depistaggi, inquinamenti, incriminazioni pilotate, denaro, “magistratura democratica”, mobilitazione di comitati d’ogni sorta, mondo della (dis)informazione e pressioni di ogni tipo, i fascisti sono finiti assolti e la pista unica del teorema unico sono risultati fallimentari. L’equazione fascisti=stragisti non ha retto la prova dei fatti e la loro “colpevolezza” rimane solo ed esclusivamente nei dogmi e nelle teologie-politiche che avvelenano certe menti inquisitorie. Con che criterio e a qual fine Rao ha scelto questa piuttosto che quest’altra testimonianza, episodio, documento, ecc.? Chi favorirono stragismo e strategia della tensione?

Dopo che a sinistra si stanno rivedendo le ricostruzioni storiche della “verità antifascista” degli anni della tensione, dopo che nel libro stesso Mario Tuti e Paolo Signorelli negano in maniera convinta qualsiasi coinvolgimento fascista, dove vuole andare a parare l’autore? Rao si è difeso dalle critiche sostenendo di non voler insinuar nulla, di ricercare la verità e di porre unicamente delle domande. Qualcuno una volta disse che nella domanda è la risposta…Non mi stupisce, e credo di comprendere, l’aperta ostilità nei confronti del libro di uomini come Adinolfi e Murelli, non mi sorprende che F. Giorgio Freda e Pierluigi Concutelli non si siano concessi all’autore (Freda motivando il rifiuto con una lettera magistrale), tantomeno i ringraziamenti e gli elogi tra Rao e il magistrato milanese Guido Salvini.

Se già un libro come “Cuori Neri” di Luca Telese, che conteneva pericolose “tentazioni” (o intenzioni?) di normalizzazione, poteva comunque essere accettato cogliendone l’apertura del pubblico dibattito su temi considerati tabù, ma mantenendo una vigile attenzione su possibili strumentalizzazioni, questo di Nicola Rao è un testo pericoloso e devastante: rappresenta un messaggio inaccettabile, da rigettare al mittente e senza troppi riguardi.

“IO, L’UOMO NERO. Una vita tra politica, violenza e galera” Pierluigi Concutelli si racconta a Giuseppe Ardica, Marsilio Editori (Collana Gli Specchi), 2008, ppgg. 223, € 14,00

Il giornalista Giuseppe Ardica ha raccolto in questo volume la storia di Pierluigi Concutelli, neofascista mai pentito o dissociato, uno di quei giovani d’allora che durante gli Anni di Piombo (o di Fuoco) “entrarono nella vita dalla porta sbagliata”.

Come ha precisato l’autore stesso, non si tratta di un saggio sull’eversione nera e sugli Anni Settanta, ma si è voluto privilegiare il punto di vista (parziale, logicamente) del protagonista.

È una storia che può far crescere culturalmente, che può aiutare i giovani, troppo spesso costretti ad apprendere quelle vicende attraverso testi e docenti che le inquadrano da un solo lato, a riflettere, a cogliere e a capire le altezze e le profondità esistenziali che quel periodo ha prodotto.

Le testimonianze dei protagonisti, come in questo caso, possono dare delle risposte, non giudiziarie ovviamente, ma personali, politiche, storiche e sociologiche.

Direi soprattutto in questo caso, grazie ad un ritratto lucido, serio, ponderato e disincantato della vita di Concutelli, Uomo magnificamente rimasto in piedi tra le rovine; un Uomo dai ragionamenti mai banali e senza sconti, che ha saputo fare i conti col proprio passato, senza stucchevoli atteggiamenti apologetici, equidistante da tentazioni auto-assolutorie o da pentimenti fasulli (quelli posti dal Sistema a condizione per poter accedere alla clemenza); un Uomo che non si nasconde dietro sensi di colpa, ma che sa serbare dolori, rimorsi e rimpianti nella propria sfera intima, senza battersi il petto in pubblico.

In queste pagine, più che il Concutelli “simbolo” o “icona” che colpisce l’immaginario collettivo dell’area, emerge la figura di Concutelli semplicemente uomo col suo vissuto: autentica ordalia, percorso ai limiti dell’umano.

L’itinerario personale dell’ex comandante militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, il pioniere della lotta armata neofascista, condannato a 4 ergastoli, l’uccisore del giudice Vittorio Occorsio e, in carcere, delle spie e traditori Ermanno Buzzi e Carmine Palladino: l’Uomo Nero.

Le ragioni della lotta armata neofascista e le ragioni di certe scelte tragiche di chi si trovò “accerchiato” e si convinse di trovarsi di fronte ad un bivio; scelte individuali, dettate dalla ribellione, dal sentimento e da opzioni personali.

Contrariamente alle meschinerie e alle cattiverie propalate da libri come “Il sangue e la Celtica” et similia, da questo “Io, l’uomo nero” si possono ricavare moniti ed insegnamenti che possono sfuggire solo a coloro che sono schiavi di una personale mediocre cecità ed aspirano all’eredità di anni di cui hanno una idea del tutto astratta; avendone capito poco o nulla, come ha più volte evidenziato Gabriele Adinolfi, provano a rimetterli in scena come scimmie virtuali, scambiando gli atteggiamenti (cioè le gabbie) per gli uomini (cioè l’autenticità) nei loro war game semivirtuali di tribù urbana.

“MERCENARI. Gli italiani in Congo 1960” di Ippolito Edmondo Ferrario, Mursia, 2009, ppgg. 166, € 15,00

Questo bel libro del giovane Ferrario, merita di essere acquistato e letto per tre fondamentali ragioni.

La prima. Si presta ad una lettura veloce, agile e curiosa per lo stile infallibile e per il taglio giornalistico franco e diretto.

La seconda. I diritti d’autore verranno devoluti all’Associazione Solidarista popoli Onlus, impegnata nell’aiuto concreto all’etnia Karen in Birmania (oggi come non mai in estrema difficoltà). E questo rende merito all’autore consapevole che l’Associazione di Franco Nerozzi non gode della notorietà e dei riflettori dedicati ad analoghe Onlus.

La terza. E qui entriamo nel tema della narrazione: la scelta scomoda e controcorrente di affrontare uno degli ultimi veti e tabù del ‘900 ovvero la figura del mercenario, nello specifico dei mercenari italiani in Congo negli anni ‘60.

Lasciando la parola agli stessi protagonisti ancora in vita, Ferrario ci racconta di un’altra Africa italiana, scomoda e per questo rimossa dalla memoria cosiddetta “condivisa”.

E così facendo il libro restituisce la dignità professionale al “mestiere delle armi” che spesso ha dovuto sobbarcarsi i “lavori sporchi” di cui non si doveva pubblicamente sapere.

L’immaginario collettivo infatti ha ben impressa la figura (distorta e stereotipata) del mercenario brutto, sporco, cattivo ed avido. Le vicende ad esso legate sono sempre state raccontate solo parzialmente o con faziosità. Censura e tabù storiografici hanno pesantemente condizionato i giudizi sui mercenari che si è, purtroppo, preferito additare come biechi sanguinari alla mercè del migliore offerente, cosa tra l’altro neppure vera tra i soldati di ventura della vecchia generazione, per intenderci quelli alla Bob Denard (splendido il capitolo a lui qui dedicato, “Bob Denard: il corsaro”). Il fattore politico giocava e giocò sempre un ruolo di primo piano. Si andava a combattere per una parte o per l’altra non solo per i soldi ma sapendo per quale causa ci si batteva. È pur vero, e non lo si può negare, che molti di questi soldati di ventura, idealisti, furono sfruttati dai giochi di potere dalle super potenze, ma questo è un altro discorso.

Questa, invece, è una piccola grande storia italiana legata all’ex colonia belga; un Paese lontano dalla civiltà europea, dove si incrociarono le vite di combattenti del secondo conflitto mondiale, ex Wermacht, SS, legionari delusi dalla politica coloniale francese, soldati di cento eserciti, avventurieri, etc., ognuno con una sua personale storia alle spalle (spesso straordinaria): un mix di umanità europea variegato, speciale, unico, che non riusciva ad accettare la nuova Europa. E gli italiani, laggiù in Congo, vi arrivarono numerosi, giovani e meno giovani, ventenni ma anche reduci cha avevano vissuto l’esperienza della RSI. Uomini che allora non digerirono l’atteggiamento buonista e codardo del governo italiano che di fronte al massacro degli aviatori italiani di Kindu (dove furono massacrati, fatti a pezzi e poi mangiati tredici aviatori italiani impegnati nella missione Onu per portare generi di primo soccorso ai civili congolesi) proseguì nella missione di pace come se nulla fosse accaduto. Molti ex paracadutisti che frequentavano le sezioni ANPDI (Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia) di allora, non tollerarono che il governo proseguisse la missione Onu senza batter ciglio. Sentivano il bisogno di giustizia, di vendicare i propri commilitoni uccisi perché inermi. A questo desiderio di giustizia subentrarono altri fattori: il fascino dell’avventura e l’insofferenza per il mito dell’Italia borghese di quegli anni riassumibile nella triade posto di lavoro sicuro, macchina, mutuo per la casa. Questi ragazzi, ribelli nel senso migliore del termine, nel Congo intravidero una possibilità di riscatto e di avventura. A tutto questo va aggiunta la possibilità di impugnare le armi e di combattere contro lo spettro del comunismo che anche e già nell’allora Africa dilagava. Di loro ci cantò magnificamente Pino Caruso nel ‘68 al Bagaglino di Roma nella famosa “Il mercenario di Lucera” che, riassumendone la filosofia, traccia uno splendido ritratto dell’epopea del Katanga.

Ma non voglio andare oltre e togliervi l’interesse e il piacere della lettura. Chiudo segnalandovi che il libro è arricchito da 2 capitoli finali che tracciano, uno la sintetica storia dei capi mercenari del Congo, l’altro si dedica invece alla pubblicistica e alla cinematografia sul tema.

Oggi i mercenari ci sono ancora, si chiamano Contractors ed operano attraverso agenzie utilizzate da multinazionali e superpotenze. L’autore ha in progetto di incontrarli e raccontare di loro in un altro saggio per percepire le eventuali differenze o somiglianze con les affreux, gli orrendi, i terribili.

Uno scrittore, Ippolito Edmondo Ferrario, da tenere in considerazione e seguire con attenzione nelle sue prossime uscite che, come lui stesso ha anticipato in una recente intervista, tratteranno rispettivamente di Musica Alternativa, della Guerra d’Algeria e in memoria di Giancarlo Esposti ucciso dai Carabinieri in un conflitto a fuoco a Pian del Rascino nel 1974.

“Piazza Fontana: una vendetta ideologica” (a cura) di Ar, Edizioni AR, Padova 2005, ppgg. 78, 10,00

Spesso la risposta è nella domanda, in questo testo, la chiave di lettura è probabilmente nel titolo: una vendetta ideologica. O meglio, come ebbe a puntualizzare lo stesso Freda: un dispetto ideologico.

Piazza Fontana? Una strage fascista, Brescia? Idem. L’Italicus? Sono stati i neri. Bombe col marchio di fabbrica fascista. Responsabilità che come dimostreranno anni e anni di processi non ci sono mai state. Nonostante un trentennale scandito da innumerevoli forzature investigative, istruttorie; nonostante un “pentitismo” sfrenato da una vergognosa legge premiale (val qui ricordare che al processo di Bari, Freda venne accusato da Angelo Izzo, lo stupratore del Circeo…); nonostante i luoghi comuni, il leit-motiv ripetuto come un mantra (sono stati loro!), le invidie, i rancori, le calunnie, le menzogne, i sentimenti arruffati e i troppi interessi che ne complicano a dismisura il quadro; nonostante capolavori di astuzia accusatoria; nonostante una caccia al nazifascista condotta con ogni mezzo.

Il nazifascista andava punito per il solo fatto di essere, e di essere tale. Punto. L’aspetto soggettivo, la persona in cui tale idea si fosse incarnata, non interessava. Lecito divenne non il fare giustizia, ma giustiziare i propri avversari di idee. Ridurli a una caricatura e a espressione senza attenuanti possibili del male. In loro va punito il sentimento stesso.

Freda e Ventura sono innocenti

Tre magistrature, li hanno assolti.

Lo hanno stabilito due processi di appello, sigillati dalla cassazione. Catanzaro prima e Bari poi assolsero i due imputati.

Niente. Non è sufficiente.

Ci fu allora chi (il magistrato Laura Bertolè Viale), in spregio al sacramentum rei iudicatae, a ben tre corti chiamate in precedenza a giudicare su Piazza Fontana e dopo trent’anni, proclamò una loro sommaria colpevolezza, ricorrendo in cassazione durante l’ultimo processo. Freda e Ventura gli organizzatori della strage! La ragione? Il movente? Oscuro. I mandanti? Gli esecutori materiali? Nessuno.

E i due “colpevoli”? Tecnicamente impossibilitati a difendersi: non hanno potuto (e non possono) godere del diritto di replica  (in quanto coperti da giudicato) salvo un improbabile esposto al Consiglio Superiore della Magistratura…

L’enigma, spaventoso, sorge spontaneo: cosa agisce dietro la maschera della Giustizia? Quanta parte, in una struttura che dovrebbe essere rigidamente impersonale, scientifica, come quella del Diritto, vi hanno i capricci dell’uomo e del tempo?

Coglie nel segno l’estensore (o gli estensori) di questo libro quando, in chiusura del primo capitolo, tratteggia i contorni di una innegabile verità di fondo: anche gli illuminati della tolleranza non possono tollerare i loro avversari ideologici.

Il ‘69 fu fuor di dubbio un anno cruciale, drammatico e paradigmatico. Ricorre proprio in questi giorni il quarantennale di quel 12 dicembre 1969, quando ben quattro attentati cambiarono la storia d’Italia, dando inizio alla “strategia della tensione”, subito indirizzata da uno scellerato patto DC-PCI a riprendere il controllo sulle masse giovanili sfuggite in due anni di “movimento” e contestazione giovanile. Due generazioni di giovani affogate in una guerra civile strisciante, depistate negli “opposti estremismi” per salvaguardare la stabilità dell’ordine partitocratico italiano ovvero delle due maggiori espressioni politiche coloniali della divisione del mondo tra Washington e Mosca sancita nel 1945 a Yalta: democristiani e comunisti. Stragi, assassinii e destabilizzazione come monito contro chiunque intendesse voltare pagina e restituire alla nostra nazione la sua sovranità. Il tutto nello scenario di un complicato quadro di lotte intestine ed internazionali mai indagato sino a fondo.

Proprio nei giorni in cui il Presidente Napolitano, incontrando a Milano i famigliari delle vittime della strage di Piazza Fontana, se ne esce (quasi con vergogna?) con la massima lapalissiana: «Nelle stragi italiane non tutto è chiro e limpido»…non può che giovare la lettura, al di là della prevedibile, monotona e supponente indignazione dei “sinceri democratici, di questa, per dirla con le parole di Anna K. Valerio, audace e antiretorica inchiesta sull’innesco del caso di Piazza Fontana; un’inchiesta di segno diverso dalle molte sull’argomento che si citano l’una con l’altra; un’inchiesta che, analizzando da una prospettiva inaudita le mosse della magistratura nella cerca del colpevole,  ha avuto il merito di spiegare come si sia potuti giungere a un atto più che anticostituzionale: quello per cui si è insinuata la responsabilità penale di due persone, Freda e Ventura, assolte con sentenza passata in giudicato da ben due Corti d’Appello. Che fa il punto, senza transiti obbligati nel patetismo, sulle costanti vere dei numerosi processi. Che controbilancia il livore aprioristico di chi vuole a tutti i costi attribuire Piazza Fontana ai nazifascisti. Che riconosce, dietro il tortuoso iter della vicenda, l’impulso irrazionale e irredimibile delle passioni.

La dimostrazione, tornando invece a citare le pagine di questo eccellente testo della casa editrice padovana, di come il Diritto, in Italia, non sia una scienza, ma il coacervo degli umori, delle velleità, dei rancori, delle passioni.

E allora, non possiamo che convenire: quanto è profondamente difficile amministrare la giustizia in un tempo disordinato, in un’epoca d’ipocrisia!

“I ROSSI E I NERI. Vita politica negli anni ‘70…ripensandoci bene” di Marco Palladini e Miro Renzaglia, Edizioni SETTIMO SIGILLO (Collana “Sangue & Inchiostro”), 2002, ppgg. 248, 20,00

In quel “Vita e politica negli anni ‘70…ripensandoci bene” del sottotitolo c’è molto del senso di questo libro.

Un risguardo a due mani di quel periodo che entrambi gli autori concordano nel definire “anni di fuoco” piuttosto che con la fuorviante e riduttiva espressione di “anni di piombo”. Un periodo sì ricco di contraddizioni, tensioni, lacerazioni, illusioni, passioni e tragici errori, ma anche traboccante di energie vitali e di elettriche pulsioni.

Dalle parti epistolari, dagli exursus memoriali, dai colloqui, dalle interrogazioni, dai frammenti diaristici e saggistici che compongono il volume, esce un quadro movimentato di vita e politica (quasi esclusivamente di ambito romano e molto marginalmente milanese) degli anni ‘70.

Una lettura che non è un bilancio, un ricordo o una analisi di quella esperienza, ma potrebbe essere tutte e tre le cose insieme e probabilmente molto di più.

Un libro scritto ad una distanza temporale sufficiente per non “soccombere all’onda emotiva e allo spurgo dei risentimenti”.

Il “nero” Miro Renzaglia e il “rosso” Marco Palladini (entrambi scrittori, poeti e artisti) intrecciano i racconti delle loro esperienze che immergono il lettore nelle temperie di quel decennio che va dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ‘70.

Va detto che i due in questione sono personaggi atipici, soggetti sui generis, ma quanti giovani dell’epoca potrebbero comunque riconoscersi nelle parole, nelle vicende, personali e non, qui narrate che, al di là degli orizzonti politici che divaricarono le tracce degli “opposti estremismi”, sfuggono sovente ai cliché, agli stereotipi e alle (ri)letture di comodo dell’una e dell’altra parte della barricata?

Renzaglia e Palladini si dispiegano e ci spiegano, ma senza piegarsi alle usali convenienze, verbali e mentali.

Senza enfasi e nemmeno senza pentimenti, nella consapevolezza che più che scegliere, i nostri due protagonisti, furono scelti, perché figli e partecipi del loro tempo, vissuto pericolosamente e denso di valori per cui lottare e a volte…anche morire.

Dalle pagine del testo emergono due modi diversi (ma quanto, poi?) di incarnare una essenza umana riottosa, onestamente squilibrata, sensibilmente radicale e intransigente.

Così come emerge la comune consapevolezza (già maturata nel corso di quegli anni) e ammissione che quella lotta faceva il gioco del sistema che gli estremismi avevano in odio comune e il rammarico di non essere riusciti a sottrarsi alla schiavitù logica che da un parte vedeva tutti figli dei valori della retorica “repubblica nata dalla resistenza” e dall’altra tutti cani da guardia del capitalismo.

Una lettura che pur nella sua corretta collocazione spaziotemporale e contestualizzazione dovrebbe far riflettere i giovani (ma non solo) d’oggi.

“CUORE BOMBE PUGNALE. Le cartoline degli Arditi dalla Prima Guerra Mondiale agli Anni Trenta” di Nicola Gabriele e Edi Casagrande, ItineraProgetti Editore, Bassano del Grappa (VI) 2009, ppgg. 240 (216 cartoline in quadricromia), Euro 30,00

Stampato nel novembre dello scorso anno e disponibile da gennaio 2010 questo prezioso testo affronta l’affascinante tematica dell’epopea degli Arditi, fatta qui rivivere attraverso un percorso visivo che ripercorre la storia dei loro Reparti dalla Prima Guerra Mondiale all’Impresa Fiumana fino al periodo del Regime Fascista.

La bellezza e l’unicità delle cartoline raccolte nell’opera di Gabriele e Casagrande sta anche nel fatto che oltre a produrre una testimonianza iconografica unica nel suo genere in molti casi racchiudono un vero e proprio valore storico grazie all’importanza di colui che la spedì o la ricevette.

Per meglio inquadrare la trattazione e i propositi del libro riportiamo di seguito parte della prefazione.

L’opera si propone di censire il maggior numero possibile di cartoline dedicate ai Reparti d’Assalto della Prima Guerra Mondiale e al fenomeno dell’arditismo che sorse nel dopoguerra.

La crescita costante dell’interesse verso le gesta dei nostri Reparti, impiegati nei sanguinosi anni del Primo conflitto mondiale, confermata dalla fertile produzione letteraria di settore, ci ha stimolato ad affrontare questo specifico argomento.

Il collezionismo delle cartoline militari è abbondantemente diffuso, ma carente di una pubblicazione specifica sui Reparti d’Assalto; per questo motivo abbiamo deciso di creare una base di studio sull’argomento, consapevoli del fatto che questa catalogazione non è completa e difficilmente potrà mai esserlo.

La trattazione è stata suddivisa in capitoli per meglio agevolare la catalogazione e la collocazione temporale delle cartoline:

1.I REPARTI D’ASSALTO

Sono le cartoline più emblematiche della raccolta; la precisa identificazione, facilitata dalla numerazione del reparto di appartenenza, miscelata ad una ricercata combinazione di stemmi, motti e grafica bellicistica.

2.INCITAMENTO RESISTENZA E RISCOSSA

Viene trattata la propaganda semplice ma efficace della simbologia, come un semplice teschio disegnato di profilo o il classico ardito all’assalto. Compare anche un crudo ed esaltante appello alla riscossa e delle immagini fotografiche delle battaglie del Piave e del Montello.

3.UMORISMO ARDITO

Un piccolo spaccato caricaturale. L’idea di sollevare il morale delle truppe con l’umorismo, favorì la nascita ed il proliferare di numerosi “giornalini del fronte”, dalle cui illustrazioni gran parte di queste cartoline trasse origine.

4.L’IMPRESA DI FIUME

Della oceanica produzione cartacea propagandistica, attuata immediatamente dopo la “Santa Entrata” di Gabriele d’Annunzio, qui riportiamo alcuni esemplari di cartoline attribuibili ai Reparti d’Assalto che “disertarono” per appoggiare materialmente l’Impresa fiumana.

5.IL FASCINO DELL’UNIFORME

In questo settore viene evidenziato l’ascendente che l’ardito esercita nei confronti del gentil sesso che, seppur in chiave ironica, risulta ammaliato dalla figura sprezzante dell’assaltatore.

6.MITIZZAZIONE

In tutte le cartoline catalogate in questo capitolo, il soldato italiano viene rappresentato con qualche attributo uniformologico proprio degli arditi dei Reparti d’Assalto: la giubba con collo aperto e bavero rovesciato, le fiamme nere, il distintivo al braccio, il pugnale, ecc. Verranno, di caso in caso, evidenziate le specifiche caratteristiche.

7.ASSOCIAZIONISMO E FEDERAZIONE

Il capitolo, decisamente ricco, ripercorre l’iter associativo degli appartenenti ai disciolti Reparti d’Assalto; dall’Associazione fra gli Arditi d’Italia dell’immediato dopoguerra, alla trasformazione in Federazione Nazionale, inquadrata nel Regime fascista.

8.VITTORIO PISANI: L’ESALTAZIONE DELL’EROISMO ARDITO

Abbiamo ritenuto doveroso fornire il giusto riconoscimento a Vittorio Pisani che, con le sue famose tavole, ha mantenuto in auge il mito dell’ardito. Della sua massiccia produzione si potrebbe stampare un catalogo a parte; ricordiamo le centinaia di illustrazioni sul giornale “L’Ardito d’Italia”, le cartoline, i chiudilettera, le stampe, le copertine di libri, ecc.

“Uccidi gli italiani. Gela 1943 la battaglia dimenticata” di Andrea Augello, Mursia, 2009, ppgg. 208, € 15,00

Non c’è che dire, si rimane con l’amaro in bocca alla conclusione della lettura di questo “Uccidi gli italiani” di Andrea Augello che racconta e documenta lo sbarco degli alleati in Sicilia durante la II Guerra Mondiale.

In un sol colpo vengono spazzati via un bel mucchio di luoghi comuni e, soprattutto, si comprende chiaramente che, anche a distanza di 65 anni dai fatti narrati, la Storia, quella vera, con la s maiuscola, quella senza bavagli e pregiudizi, deve compiere ancora enormi passi avanti per riuscire finalmente ad essere…”libertà” dalle tante, troppe censure imposte dai vincitori e dai loro lacchè!

Quante pagine di eroismo dimenticato o, peggio, taciuto, si leggono su questo illuminante saggio sull’invasione anglo-americana della Sicilia in quell’ormai lontano 10 luglio 1943…

Si narra per esempio dei Finanzieri Vitale e Arena che coi loro moschetti ’91 aprono il fuoco sul corpo di spedizione alleato (“…mai prima di allora era stata messa in mare una flotta così sterminata: 280 navi da guerra, 2˙590 navi da trasporto, 1˙800 mezzi da sbarco”) o del portaordini Cesare Pellegrini che mentre sta svolgendo il suo ruolo “s’infila nel bunker e comincia a sparare. Sotto i suoi colpi in 4 ore, cade un interro plotone americano, fino a quando un graduato di colore non riesce ad aggirare la posizione e ad aggredirlo alle spalle tagliandogli la gola” o ancora dell’incredibile assalto del carro armato Renault 35F del Tenente Angelo Navari dritto al cuore dello schieramento della 7ª Armata alleata e tanti, tanti altri ancora.

Vi sono infine numerose pagine dove vengono dettagliatamente raccontati alcuni dei massacri di  militari e civili inermi da parte delle truppe americane.

Caldamente consigliato a tutti  i malati di esterofilia (specialmente  filo-tedesca) che non perdono occasione per denigrare quanto di (tanto) buono c’è stato, c’è e…ci sarà nel Popolo Italiano.

“L’USCOCCO FIUMANO GUIDO KELLER. Fra d’Annunzio e Marinetti” di Alberto Bertotto, Sassoscritto Editore (Collana “Onice”), 2009, ppgg. 191, € 15,00

In questo bel  volumetto l’autore A. Bertotto condensa la biografia romanzata di una delle figure più originali dei primi del ‘900: Guido Keller.

Dalle origini aristocratiche alle prime stravaganze giovanili, dalle memorabili imprese aviatorie all’esperienza fiumana, dalla formazione del gruppo yoga “Unione degli spiriti liberi tendenti alla perfezione” (simbolo, una svastica) alla ventura caotica e misteriosa in giro per il mondo, dalla partecipazione alla Marcia su Roma alla sua personale adesione al Futurismo e al Fascismo, dalla sua crisi economica che lo portò a vivere in una polverosa pensione di Ostia fino alla morte in un grottesco incidente stradale in quel di Magliano Sabina.

Difficile classificare la sua figura,  un po’ guascone e un po’ Don Chisciotte. L’autore, volendo “inquadrarlo” tra le figure di altri due giganti come D’Annunzio e Marinetti, probabilmente ha inteso riferirsi alla passione di poeta-guerriero del primo e alla frenesia  del creatore-rivoluzionario del secondo. Credo comunque che lo si possa annoverare tranquillamente tra gli “anarchici di destra”.

Animo contemplativo, innamorato della bellezza e del mistero della natura, indisciplinato, selvaggio ma raffinato, esteta, goliardico, nudista e animalista (addestrava gufi e aquile), amante dell’arte, combattente cavalleresco, coraggioso fino alla pazzia,  patriota generoso e solitario, irredentista, insofferente alla disciplina militare ma tollerato per le sue eccezionali capacità guerresche, sempre pronto ad andare in aiuto dei bisognosi, coltivava grande interesse verso la cultura (s’interessava di filosofia, musica, arti figurative, letteratura classica, scienze esoteriche e occultismo) che apprese però da autodidatta (scansando i convenzionali metodi scolastici dell’epoca).

Il suo comportamento, sotto il profilo intellettuale, si ispirava ad una filosofia di vita affine a quella concepita dagli antichi Elleni: culto della bellezza in ogni forma, dell’eroismo, dell’atletismo, dell’affermazione individuale, dell’esistenza spartana.

Durante il volo era solito leggere Petrarca, Nietzsche, Ariosto, Leopardi nella cabina del suo aereo, in cui non mancavano mai un servizio da tè in porcellana e biscotti, che era solito servire agli ospiti.

Nello zaino portava sempre un teschio autentico e un fez nero d’ardito. Asso dell’aviazione pluridecorato nella Prima Guerra Mondiale fece parte della mitica squadriglia di Francesco Baracca.

A Fiume, la “città olocausta” trasformata in “Città di Vita”, dove visse la stagione più intensa della sua vita, si dice fosse l’unico a poter dare del tu a D’Annunzio; ricoprì l’incarico di Segretario d’Azione e responsabile dell’Ufficio Colpi di Mano; creò la “Compagnia della Guardia” (poi “La Disperata”) per la difesa personale del poeta guerriero.

Memorabile la beffa allegorica del suo volo su Roma in cui lasciò cadere un pitale in ferro smaltato legato a un mazzo di rape e carote su Montecitorio.

Il libro ci regala poi, nella sua prima parte, alcuni passaggi dell’esperienza veronese del Keller, impegnato ad inizio conflitto (novembre 1915) nella difesa aerea della città scaligera dai bombardamenti austriaci pressoché quotidiani.

Uomo dalle qualità straordinarie e decisamente fuori dagli schemi,  che spregiava le formalità e le convenzioni sociali, Guido Keller, per volontà del Vate che lo volle sepolto vicino a sé, riposa presso il Vittoriale degli Italiani; Vittoriale dal cui archivio proviene quasi interamente l’eccezionale apparato documentario di cui si giova questo libro che in appendice ci offre: Combattimenti aerei sostenuti dal Keller, Motivazioni delle tre Medaglie d’Argento al valor militare, Consistenza dei legionari fiumani alla data del 18 novembre 1919, Le doti che doveva avere il legionario fiumano, Come dev’essere il legionario tipo, I principi della Carta del Carnaro, La Canzone del Carnaro, Discorso pronunciato da Gabriele D’Annunzio nel cimitero fiumano di Cosala il 21 gennaio del 1921 e una ricca bibliografia.

“Fight Club” di Chuck Palahniuk, Mondadori, 2003, ppgg. 224, € 14,00

«…Se puoi svegliarti in un luogo diverso. Se puoi svegliarti in un fuso diverso. Perché non ti puoi svegliare diverso tu stesso?» È una raffica di pugni che ti fa saltare i denti, Fight Club! È nitroglicerina inserita nel computer del tuo capufficio, F.C! È sapone fatto in casa con scarti di liposuzione umana, F.C! È orina nel consommè di facoltose feste private, F.C! È un calcio in faccia alla quotidianità, F.C! È un incitamento alla sedizione dell’uomo qualunque, alla sua potenziale devastante possibilità di cambiare il corso della storia…in ogni momento!!! È un invito a prendere coscienza che l’uomo di oggi è «la merda canterina del mondo», «il sottoprodotto tossico della creazione di Dio», «la cacca e l’infetta scoria del creato»…..fin quando non incontra Tylier Durden e il suo Fight Club…e allora, solo allora, quando avrà abbandonato ogni speranza nel futuro, proprio in quel momento potrà finalmente averne uno…Prima, quando il Fight Club non c’era, «era sufficiente, quando tornavo a casa rabbioso e sapevo che la mia vita non stava dietro al mio piano quinquennale, mettermi a ripulire l’appartamento o lucidare la macchina. Un giorno sarei morto senza una cicatrice addosso e avrei lasciato un gran bell’appartamento e una gran bella macchina. Molto, molto belli, fino al formarsi di un nuovo velo di polvere o fino all’arrivo di un nuovo proprietario». Adesso però esiste il Fight Club e allora…«vedi un tizio che viene al Fight Club per la prima volta e ha il culo come una pagnotta bianca. Vedi lo stesso sei mesi dopo e sembra scolpito nel legno. Lo vedi che si sente sicuro di affrontare qualsiasi cosa». Col Fight Club «avresti una classe di uomini e donne giovani e forti, tutta gente desiderosa di dare la vita per qualcosa. La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno». Ma non c’è solo il Fight Club…dopo il Fight Club c’è il Progetto Caos il cui scopo è «far prendere coscienza a ciascun partecipante al progetto del potere che ha di controllare la storia. Noi, ciascuno di noi, possiamo assumere il controllo del mondo». Ma ci sono delle regole da seguire per far parte del Fight Club e…«la prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club». Ma ci sono delle regole da seguire per far parte del Progetto Caos «ma la prima regola del Progetto Caos è che non si fanno domande sul progetto Caos».

“Omicidi, crimini, povertà. queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie”. Fight Club, David Fincher