L’IMPORTANZA NEGATA DEL SETTORE AGRICOLO

Capita che il settore agricolo venga trascurato e utilizzato, come negli ultimi giorni, a scopo politico solo per interessi di alcune aree e da cooperative sempre legate a partiti o con tendenze particolarmente schierate.

Questo però non giustifica il fatto che chi non si sente identificato nelle realtà sopraccitate, si possa adagiare, o limitarsi a gridare vergogna…anzi, è proprio per questo mancato senso identitario, di corpo, civico, che questo settore basilare ha raggiunto la pesantissima situazione in cui versa.

Per essere più chiari, significa che: il settore primario ha subito una drammatica svalutazione per colpa di tutti – operatori compresi – , ma in particolar modo di un modello di società che punta solo ad un successo mediatico, finanziario, a titoli o cariche di vario tipo a cui un soggetto può ambire nel mondo globalizzato.

Le classiche considerazioni che vengono fatte, ormai nauseanti, sono del ben noto tipo “gli italiani questi lavori non li fanno più”. Perché? Cosa c’è di cui vergognarsi? Perché bisogna per forza andare a guadagnarsi un posto al centro di questo mondo fin troppo globalizzato e omologante?

Non bisogna dimenticare che la maggior parte delle nostre province e regioni vivevano in passato di agricoltura e allevamento, fino al dopoguerra. Il settore primario era un pilastro dell’economia italiana, e dava la possibilità di poter mantenere con dignità intere famiglie solo coi prodotti derivanti dalla terra. Basti pensare che un’azienda agricola di media dimensione, che produceva cereali o ortaggi, con l’incasso del prodotto venduto riusciva ad investire in terreni ed attrezzature, senza indebitarsi; poi qualcosa si è rotto e questo equilibrio non si è più ristabilito.

Oggi, se si paragona la stessa azienda, si nota che non riesce nemmeno a sostenere le spese per il continuo svolgimento dell’attività produttiva, e nemmeno a mantenere la famiglia numerosa di un tempo. Si è costretti a ricorrere a seconde entrate economiche, e indebitamenti per poter investire in soluzioni innovative e nuovi terreni che garantirebbero maggiori introiti, ma purtroppo non è sempre così.

Ovviamente le cause sono molte e complesse, ma le principali, spesso denunciate dagli imprenditori agricoli e, troppo poco e sempre in ritardo, dalle associazioni di categoria, sono:

– la concorrenza sleale di prodotti che vengono importati dall’estero (spesso extracomunitari);

– la mancanza di tutela dell’export italiano;

– costi fissi elevati, incassi non adeguati con i pagamenti; incassi che si realizzano in 30-60gg, addirittura in 90gg in alcuni casi;

– tasse elevate e troppa burocrazia.

Per fare un esempio pratico: la quotazione del grano nazionale si aggira attorno ai 190/200 euro a tonnellata = 0,19 euro kg, prezzo medio del pane 2/3 euro kg. Quindi l’agricoltore percepisce 0,19 euro kg per il suo prodotto, e il consumatore spende 3 per acquistare: non serve una task force per capire che si mette in crisi un agricoltore, solo considerando il valore di un prodotto. A questo disastro bisogna aggiungere i costi ad esempio del gasolio o di sementi e concimi, per la produzione, ammortamenti di beni, le tasse (imposte e contributi) ed eventuali affitti e mutui sugli immobili. Per ultimo, ma non per importanza, ci sarebbe anche il costo del personale a gravare sui bilanci degli imprenditori agricoli, se qualcuno l’avesse scordato.

Seguendo questo filo logico qualsiasi imprenditore, avrebbe la necessità di diminuire qualche costo, ecco che alcuni pensano “bene” di ricorrere alla famigerata manodopera in nero, che non deve essere giustificata, ma forse tutti i governi e i ministri da parecchi anni a questa parte dovrebbero sentirsi anche loro responsabili del caporalato e del lavoro nero, perché dati alla mano è sempre più difficile sostenere salari e stipendi, soprattutto in epoca dove spesso si devono contare giorno per giorno suicidi di imprenditori stremati dalla crisi economica.

Nemmeno nel periodo del coronavirus, il governo ha pensato di snellire la burocrazia e sfruttare alcuni andamenti e quotazioni di alcune materie prime, per dare la possibilità a questo settore di non cadere in un baratro sempre più difficile da risalire. Infatti associazioni di categoria e ministri vari, si sono accorti che era ormai tempo di raccolta e non hanno ascoltato e preso in considerazione per tempo le esigenze degli agricoltori, arrivando oggi alla “maxi sanatoria” dei clandestini. Atto immorale e losco perché garantirebbe come al solito vantaggi per cooperative e forse consenso per alcuni partiti politici. Le piantagioni e i terreni, sono sempre i soliti, non sono quadruplicati, quindi non abbiamo bisogno di 600.000 clandestini nei campi, ma sempre del solito numero di braccianti, purtroppo inutile nasconderlo, sempre meno italiani e sempre più stranieri, ma come fanno notare gli imprenditori agricoli, si tratta di stranieri regolari, che periodicamente si spostano (in gran parte dall’Europa dell’Est) per raggiungere l’Italia per il periodo di raccolta; quindi lavoratori del settore già affidabili ed esperti.

Oltre al fattore politico economico, dovrebbe far riflettere un fattore morale e sociale, in quanto numerose famiglie italiane sono nate e vissute grazie ad agricoltura ed allevamento. Per questo governi e ministri, se vogliono onorare la loro nazione, dovrebbero far sì che gli italiani occupassero tutti i settori produttivi e garantire anche un ricambio generazionale, ma non solo per le ultime scoperte tecnologiche, informatiche e universitarie, ma anche per la manodopera, come quella agricola. A maggior ragione in questo caso, si ha la dimostrazione che questo governo non sta ragionando come un buon imprenditore che amministra bene la propria azienda; basta prendere chi percepisce il reddito di cittadinanza e dargli la possibilità di svolgere mansioni agricole in questo difficile periodo, rendendo semplice e veloce l’assunzione, cosa che non sta facendo, ma caricandosi invece di nuovi costi sempre meno sostenibili.

Per quanto riguarda il valore sociale e morale, bisogna ricordarsi anche dei giovani, che vengono spesso osservati in uno stato di abulia totale e mancanza di valori, perché con un click su una piattaforma per acquisti on line, dal loro smartphone, con la carta di credito del papi hanno tutto. Non bisogna dimenticare che fino a una quindicina di anni fa, d’estate, gli studenti e gli amici del paese si ritrovavano nelle campagne per i periodi di raccolta (ovvio non a guidare mietitrebbie, ma a staccare frutti dagli alberi) e il clima non era quello della schiavitù, ma della spensieratezza della giornata e nella soddisfazione e la gratitudine a fine raccolto quando si percepiva la ricompensa. Quale, se non questa situazione, poteva essere sfruttata per dare la possibilità ad uno studente con più di 16 anni, di entrare nel mondo del lavoro con voucher, e magari guadagnare crediti scolastici per l’esperienza svolta? Opportunità per imparare il sacrificio del lavoro; e imparare che oggi è assai difficile guadagnare soldi e dare il giusto valore ai soldi guadagnati col sudore; dando contemporaneamente anche un segnale alle famiglie, che non devono sentirsi a disagio per il figlio chiuso in casa davanti ad uno schermo…e per tornare al settore agricolo, introdurre manodopera che rimane sul territorio e che potrebbe in futuro intraprende in modo più significativo la strada lavorativa in questo comparto che garantirebbe ricchezza e prodotti di qualità alla nazione, ponendosi anche come maestro di vita.

Alberto Bozzolin

Progetto Nazionale Cerea

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