E CE LA SPACCIANO PER DEMOCRAZIA

Postiamo qui volentieri un nuovo contributo alla riflessione scritto dalla nostra collaboratrice Raffaella. Prendo spunto dal titolo per una “provocazione” che divaga un po’ dal tema. Siamo proprio sicuri che quella che abbiamo conosciuto e conosciamo, ovvero quella parlamentare, sia una contraffazione della democrazia e non, invece, la sua autentica manifestazione, che nega nella pratica, tutto quello che “promette” in teoria: libertà, partecipazione,  espressione di volontà popolare…Buona lettura.

Luca Zampini

E ce la spacciano per democrazia

Gli avvenimenti degli ultimi giorni finalmente hanno mostrato a tutti la vera faccia dell’euro. Una faccia per niente attraente. La natura profondamente antidemocratica del “progetto euro” si è mostrata in tutta la sua forza a Cannes, dove l’élite europea ha reagito con rabbia e sdegno all’annuncio dell’ormai ex Primo Ministro greco Giorgos Papandreou di un referendum sull’ultimo piano di salvataggio. Poi è arrivato il turno dell’Italia che ha subito la forte pressione dei mercati e successivamente quella dei premier dell’eurozona. La Francia, incerta sulla reale volontà di Silvio Berlusconi di mantenere la promessa di rassegnare le dimissioni, ha chiesto apertamente un cambio di governo in Italia.

Anche se Berlusconi si è rivelato senza dubbio un politico incapace di gestire una tale situazione, resta il fatto che chiedere, e ottenere, dall’estero la sostituzione di un leader democraticamente eletto non si può certo interpretare come un segnale positivo per la sovranità nazionale. La scusa accampata dalle élite europee è che Mario Monti guiderà un governo tecnico in grado di portare avanti quei drastici tagli alla spesa e quelle riforme strutturali indispensabili per rilanciare l’economia. In tutto questo vedo però due problemi: non sono mai esistiti governi tecnici inoffensivi e neutrali, il passato lavorativo dei Ministri che lo compongono parla più che chiaramente, e soprattutto il loro piano non funzionerà. La verità è che questa ricetta di privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli allo stato sociale è molto discutibile. Le misure sul mercato del lavoro, sui licenziamenti facili, e sul controllo statale delle infrastrutture saranno al centro di un dibattito infuocato e avranno profonde ripercussioni sulla redistribuzione delle risorse nella società. Come sottolinea Peter Chowla, del Bretton Woods, un’iniziativa nata per monitorare le attività del Fondo Monetario Internazionale, “ora bisognerà capire quali saranno gli effetti della crisi, e delle ricette per risolverla, sui diversi segmenti della popolazione.” Tra l’altro è da sottolineare che in passato Germania e Francia hanno rifiutato le stesse riforme che ora impongono agli altri paesi.

Il secondo problema legato al concetto di governo tecnico, come spiega un recente rapporto del Research on money and finance, è che l’austerità ha sempre fallito. La Grecia ha offerto sull’altare dell’eurozona lo scalpo di tremila impiegati statali, ha aumentato le tasse, ha tagliato i salari pubblici e ha messo in vendita molti beni, come risultato di tutto ciò la produttività è però calata del 10% tra il 2010 e il 2011 e la disoccupazione ha raggiunto il 18,4%.

Oggi tocca all’Italia ingoiare la stessa pillola. Il risultato sarà probabilmente un lungo periodo di stagnazione, se si taglia lo stato sociale e non si sostengono le persone i consumi si fermano e di conseguenza si fermano le imprese, disoccupazione alle stelle e aspri conflitti politici e sociali sulle riforme imposte da Bruxelles. Se il miracolo non arriverà Grecia e Italia si troveranno davanti a due possibili soluzioni: potrebbero accettare la “penitenza” e diventare a tutti gli effetti protettorati di Berlino e Bruxelles, oppure, finalmente, riappropriarsi della sovranità nazionale e organizzare un futuro economico fuori dalla moneta unica. In questo caso Atene e Roma dovrebbero subire le conseguenze di un probabile default sul debito pubblico, ma almeno l’inevitabile svalutazione potrebbe favorire la ripresa. Il progetto della moneta unica doveva essere la conseguenza del nobile ideale di un Europa politicamente unita che diventasse anche un blocco economico influente sulla scena internazionale. Purtroppo gli anni successivi alla nascita dell’euro hanno distrutto ogni speranza di una grande convergenza, allargando il divario tra il nucleo benestante e la periferia povera, mentre i prestiti delle banche nascondevano una realtà instabile.

Raffaella

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