Convegno “Crisi & Lavoro”

Buona partecipazione di pubblico al convegno di sabato 29 Ottobre. Sono state infatti almeno centocinquanta le presenze all’incontro organizzato dai Circoli veronesi di Progetto Nazionale – fortemente voluto dal nostro Consigliere comunale Andrea Miglioranzi – per dibattere con autorevoli ospiti su tematiche di assoluta attualità ed interesse generale, come la crisi finanziaria ed economica con le sue ricadute nel mondo del lavoro. Tra i numerosi relatori da segnalare solo l’assenza all’ultimo minuto dell’Assessore regionale Elena Donazzan, che speriamo comunque di avere quale gradita ospite ad un prossimo incontro.

Il convegno s’è aperto con una concreta e toccante testimonianza dei lavoratori della Cartiera di Cadidavid che hanno attuato un presidio simbolico dentro e fuori il Centro congressi dell’Hotel S. Marco, illustrando agli astanti la drammatica vicenda da loro vissuta. Molto apprezzati dal pubblico gli interventi del Sindaco Tosi (per l’equilibrio e il buon senso) e di Manuel Negri (per l’acutezza dell’analisi e le proposte controcorrente); assai accalorato l’eloquio di Antonio Consolati, della Segreteria generale UGL Verona.

Avere come ospite il Sottosegretario al lavoro Musumeci è stata occasione preziosa che il pubblico non ha potuto sfruttare a pieno nel previsto dibattito di chiusura, vuoi per motivi di tempo, vuoi per il noioso vicolo cieco in cui s’è indirizzato lo “scontro” centrodestra-centrosinistra col botta e risposta tra lo stesso Nello Musumeci e il Segretario provinciale del Pd, D’Arienzo. A proposito di D’Arienzo, registriamo la curiosa discordanza tra le posizioni sostenute il 29 Ottobre con le critiche al modello liberista e l’affermazione del primato della politica, e quelle esposte in un precedente incontro (Convegno “Fuori dal Forex per uscire dalla crisi”, 26 Febbraio 2011) dove il rappresentante del Partito Democratico aveva tenuto un profilo molto più morbido e conciliante nei confronti del mondo finanziario: curioso, perché di finanza e crisi si parlò allora, di crisi e lavoro s’è dibattuto ieri, ma la finanza con le sue responsabilità è sempre la stessa.

Per quanto riguarda proprio il confronto col Sottosegretario, causa i motivi sopra citati, ci sono rimaste nell’arco alcune frecce che avremmo voluto lanciare nell’auspicato (ma ahinoi, monco) confronto conclusivo tra pubblico e relatori. Approfittiamo di questo spazio per renderle qui pubbliche a beneficio dei lettori, anche perché i quesiti che si sarebbero voluti porre all’attenzione del Sottosegretario, rimangono comunque di stringente importanza e attualità.

Siamo riusciti anche in quest’occasione a creare un dibattito d’interesse, portando le nostre analisi e le nostre proposte in un confronto a 360°, forti della nostra identità e per questo pronti a confrontarci con chicchessia, consapevoli che l’attuale quadro politico è comunque destinato allo scompaginamento, presto o tardi.

Luca Zampini

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 –  Si fa un gran parlare di licenziamenti facili sostenendo che gli stessi sarebbero possibili in caso di crisi aziendale. Nel nostro ordinamento esiste già la possibilità di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, motivo che tra gli altri già ricomprende la crisi aziendale. Nel decreto approvato nel luglio di quest’anno invece è scritto che i licenziamenti sono possibili, se esiste un accordo tra l’azienda e i sindacati, anche in casi diversi da quelli attualmente previsti. Di fatto, parlando in termini pratici, quali sono le cause per cui un lavoratore dipendente a tempo indeterminato può essere licenziato?

 –  Ponendo che i licenziamenti siano veramente possibili solo per crisi aziendale chi ha il potere/dovere di vigilare sull’effettiva sussistenza di tale crisi per evitare che la stessa sia usata come scusa per licenziamenti dovuti invece ad altri motivi?

–  Si dice che con questo decreto si sta tentando di scardinare il sistema di tutele della stabilità del lavoro dipendente. Mai invece ho sentito parlare del fatto che, per una larga parte dei lavoratori italiani, queste tutele di fatto non esistono. Per i dipendenti di aziende con meno di 15 dipendenti, la maggior parte delle aziende del nostro tessuto economico locale, in caso di licenziamento ingiustificato il massimo delle tutele a cui possono accedere è un risarcimento pari a 6 mensilità. Ovviamente il tutto dopo anni, anche se molti meno di quanti ne servano per la risoluzione di una causa civile, e nel mentre una volta terminata l’indennità di disoccupazione ed eventuale cassa integrazione in deroga come vive un lavoratore? Abbreviare ulteriormente i tempi del processo del lavoro potrebbe essere vista come una maggiore tutela nei confronti dei lavoratori senza andare ad incidere sulla rigidità del mercato del lavoro.

 –  Il lavoro somministrato ha di fatto cancellato qualunque tipo di tutela. I lavoratori interinali sono costretti a passare la vita in stand by in attesa di una stabilizzazione che si spera arrivi. Perché non pensare ad un sistema di garanzie pubbliche che permettano loro di accedere comunque al sistema del credito, che li copra nel caso in cui per qualche mese restino senza reddito, in modo da rendere quei lavoratori parte attiva della ripresa economica? Parlo nello specifico di persone che, alla soglia dei 30 anni, non hanno la possibilità di accedere ad un finanziamento per l’acquisto di un auto, una casa o stipulare un contratto d’affitto. Non parlo ovviamente di garanzie a pioggia per tutti i lavoratori  somministrati, parlo di persone che sono in queste condizioni da anni e che in un modo o nell’altro hanno sempre avuto una certa stabilità di reddito considerando il fatto che si può restare lavoratori precari per 42 mesi presso la stessa agenzia, tempo che spesso aumenta se si considerano gli stacchi tra un contratto e l’altro. Mi pare che nessuno abbia mai considerato il fatto che lasciare persone per anni in queste condizioni sia tutto meno che utile per la nostra economia; se le persone non sanno per quanti mesi ancora avranno uno stipendio come si può pensare che spendano i loro soldi in beni non strettamente necessari?

–  I fatti hanno ormai dimostrato che i contratti e le agenzie di lavoro somministrato non hanno migliorato l’occupazione ma sono sempre state usate per aggirare norme di legge o allungare a dismisura i periodi di “prova” dei lavoratori. Perché allora non mettere mano ai contratti collettivi nazionali e allungare i periodi di prova attualmente previsti considerando che alcuni dei quali sono effettivamente eccessivamente corti per valutare le capacità e la serietà dei lavoratori? Penso che così facendo, anche a fronte di periodi di prova di sei mesi o un anno, si otterrebbero due risultati: per le aziende sarebbe più facile assumere un dipendente sapendo di avere un equo tempo per valutare lo stesso, per i lavoratori, a fronte di un periodo di incertezza di un anno, si aprirebbe comunque una prospettiva a lungo termine di stabilizzazione che attualmente non hanno. Attualmente infatti l’incertezza dura anni con nessuna prospettiva. Il tutto fermo restando che per esigenze di assumere lavoratori stagionali, per picchi di lavoro o per sostituirne altri, si può sempre ricorrere ai contratti di lavoro a tempo determinato che nessuno si sogna di contestare nella loro utilità.

 Raffaella

                        

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