DUE PROPOSTE DAL LABORATORIO POLITICO PROGETTO NAZIONALE

Progetto Nazionale Fiamma Futura nasce anche come laboratorio politico di analisi e proposte.

È cosa nota che per noi quella monetaria e quella immigratoria sono questioni capitali, che mettono a nudo l’assenza di sovranità da parte dello Stato, che minano, minacciandoli mortalmente, i concetti di Nazione, di società, di comunità.

Giusto a titolo esemplificativo postiamo qui 2 contributi in materia, con la speranza che fungano da lievito per ulteriori riflessioni e contributi critici e/ migliorativi.

PROPOSTA DI LEGGE SUL DEBITO PUBBLICO!

di Francesco Stefanetti

Proposta di abolizione della tassa sulle rendite finanziarie derivanti da titoli di Stato, per l’acquisto effettuato da cittadini italiani, fino ad un massimo di 50.000 euro per componente nucleo familiare.

Aumento della medesima tassazione dal 12.5 % al 20 % per chi non rientri nel caso precedente.

Definizione di una tracciabilità dei titoli.

Si ipotizzi che l’aumento di tassazione di chi non rientri nella prima categoria copra la riduzione d’entrate dovuta ai primi.

Il principio vuole che lo Stato non può e non deve tassare il cittadino che lo aiuta, e viceversa che i cittadini hanno l’obbligo morale di aiutare lo Stato stesso.

Quali effetti sortirebbe questa proposta e quali ripercussioni si avrebbero nel mondo dell’economia, nelle tasche dei cittadini e per le casse dello Stato?

Facciamo un analisi partendo a ritroso, da quello che sembra il problema più lontano.

Vi è una paura diffusa che l’ITALIA possa arrivare ad una situazione economica paragonabile a quella della Grecia ed addirittura rischiare la bancarotta, il fallimento o qualsivoglia.

Onde evitare questo inconveniente bisogna tenere sotto ferreo controllo i conti dello Stato, facendo in modo che vi sia un avanzo primario di bilancio, paragonabile all’ammontare degli interessi dovuti ai nostri creditori.

L’avanzo primario corrisponde infatti alla differenza tra entrate ed uscite, senza considerare in tale computo gli interessi derivanti dal debito.

Se si riuscisse in tale operazione, si avrebbe il pareggio di bilancio, e conseguentemente si riuscirebbe a tenere costante la quantità di debito e, considerando una situazione di crescita, a ridurre il celebre rapporto debito-PIL, oggi attestato al 120 %.

La spesa pubblica così come le entrate, dovute prevalentemente alla pressione fiscale complessiva, sono individuabili con ottima precisione; gli interessi invece rappresentano, oggi, un fenomeno alquanto aleatorio.

Questi sono suscettibili della principale delle leggi del mercato, domanda-offerta !

L’ITALIA ha presentato nel 2010 un avanzo primario positivo a differenza di altri Paesi europei e non.

Proprio il fatto che gli altri, a causa delle crisi internazionale, non siano riusciti a tenere i conti in regola, ha creato un aumento del loro debito nazionale.

Altro fattore che ha giocato negativamente è l’allineamento italiano agli standard europei relativi alla tassazione sulle rendite, orientato al 20 % .

Le rendite dei vecchi conti deposito, erano tassate al 27 % adesso ci si prepara a tassarle al 20 %.

Perché questi 2 fenomeni hanno influito sul nostro debito?

Cerchiamo di spiegarlo con chiarezza e semplicità, cominciando da quest’ultimo.

Nel mercato nazionale degli investimenti, i titoli di Stato rappresentano quello più sicuro e garantito, seppur poco redditizio.

Tra queste tipologie di investimento, basso rischio-basso rendimento, vi sono i conti deposito e i titoli obbligazionari.

Abbassando la tassazione sulle rendite da conto deposito e tenendo invariati i tassi d interesse sulle 2 tipologie di investimento, si utilizza una leva che inevitabilmente rende più conveniente tale investimento rispetto all’acquisto dei titoli; a tal punto bisogna intervenire innalzando i rendimenti offerti da questi ultimi per renderli nuovamente competitivi coi conti deposito e riportare l’equilibrio.

Il fatto che i conti degli altri Stati, a differenza di quello italiano, non godano di ottima salute e presentino un consistente aumento del debito, porta, per necessità o convenienza, per patriottismo o per ricatto politico, i grossi istituti internazionali di credito e finanza, a dare priorità all’acquisto dei propri titoli nazionali, riducendo quella verso i titoli italiani.

Questi 2 elementi hanno dato il via, poi, a quel fenomeno di sciacallaggio, che consta nell’attacco speculativo e i cui effetti vediamo in Grecia.

Agenzie di rating controllate dai principali investitori, danno un giudizio negativo sull’ITALIA, declassandola e creando quella spirale viziosa di sfiducia da parte degli investitori.

Infatti il declassamento corrisponde ad un maggior rischio nell’investimento, che deve essere quindi giustificato da un maggior rendimento; pur tuttavia questo comporta un aumento del debito stesso con relativo declassamento…e così via…

Adesso procediamo con l’illustrare alcuni dati.

Il debito pubblico italiano è oggi quantificato (dati Ministero Economia ) in 1900 miliardi di euro.

Il mercato dei creditori è eterogeneo e va dal piccolo risparmiatore ai suddetti gruppi finanziari internazionali, passando per istituti di credito ed aziende.

Fino a qualche mese fa, lo Stato pagava un interesse medio ai creditori inferiore al 5 %, ed in relazione a questo tasso di rendimento, quantificava gli interessi sul debito in ca 80 miliardi di euro.

Lo Stato utilizza ben il 10 % di quello che paghiamo annualmente di tasse per ripagare gli interessi sul proprio debito.

Un semplice sillogismo aristotelico ci porterebbe a fare questa riflessione : lo Stato siamo noi, lo Stato paga gli interessi, ne consegue che noi paghiamo gli interessi, e lo facciamo senza rendercene conto, attraverso quota parte delle cosiddette tasse!

Suddetta cifra suddivisa sui 60.000.000 di cittadini, equivale a 32.000 euro ciascuno.

Su questo debito personale, la quota di interessi è ormai prossima ai 2.000 euro.

Ipotizzando che la maggior parte dei risparmi delle famiglie italiane non renda oltre il 5 %, ci chiediamo perché non comprare noi stessi il nostro debito personale?

Ci da man forte il fatto che le banche utilizzano mediamente la metà dei nostri depositi per comprare titoli di stato, su cui hanno un rendimento del 5%, e ci corrispondono il 2%.

Allorché viene ancor più facile pensare di saltare questo inutile e lucroso passaggio, e farlo direttamente.

Questo ci renderebbe come Stato meno soggetto agli attacchi speculativi, quindi meno vulnerabile e meno condizionabile nelle scelte politiche; sarebbe un piccolo passo verso la sovranità nazionale, ed un inversione di quel primato che l’economia e la finanza hanno sulla politica.

Questo creerebbe un aumento di redditività per i cittadini che scelgano di investire nella loro Nazione, e non intaccherebbe chi invece non ha mezzi o voglia di farlo.

La situazione di stabilità renderebbe più roseo il futuro delle imprese e delle singole famiglie, che vedrebbero allontanarsi la possibilità di manovre tese alla riduzione dei servizi o ad un aumento delle tasse.

In conclusione si cambierebbe il creditore di parte sostanziale del debito e, sarebbe come passare da uno strozzino al proprio genitore; si ridurrebbe la liquidità disponibile delle banche, che sarebbero costrette ad acquistare una quantità inferiore di titoli, che in ogni caso verrebbero emessi in misura inferiore, non ingenerando aumento del tasso di rendimento.

Adesso fai l’italiano e non il disfattista, diffondi e condividi, in attesa di firmare una proposta di legge !

IMMIGRAZIONE, CRISI E MONETA COMPLEMENTARE: UNA PROPOSTA CONCRETA

di Massimiliano Mazzanti

Secondo le fonti ufficiali, Istat e Banca d’Italia, gli immigrati in Italia hanno versato al Fisco – nel 2010 – 3 miliardi di euro, mentre altri 7 miliardi sono stati assicurati, col loro lavoro, alle casse dell’Inps. Da ciò ne consegue che, grosso modo, gli immigrati hanno guadagnato nello stesso anno, al netto di tasse e contributi, altrettanto: 10 miliardi di euro. Quanto spende lo Stato italiano per sostenere la massa di lavoratori e immigrati stranieri? Di sicuro, non molto meno, se non molto di più, di quei 10 miliardi. Basti pensare, solo a titolo di esempio, quanto costa al Paese la sola situazione di Lampedusa: dal centro di accoglienza alla sorveglianza, dall’assistenza al pattugliamento marittimo. Per non andare, poi, a valutare i servizi offerti agli immigrati, buona parte dei quali, oggi, vive in appartamenti pubblici, si avvale dei nostri servizi sanitari, manda i figli a scuola nei nostri istituti pubblici. Però, appunto, si potrebbe dire che questi paghino ciò di cui si avvalgono. Il bilancio va in “rosso”, in profondo rosso, nel momento in cui si considera la massa di immigrati in termini di consumi. Se le cifre di cui sopra sono corrette – ed è bene ripeterlo, sono cifre “ufficiali” – e se a quei numeri si accostano quelli delle così dette “rimesse all’estero”, il deficit dell’immigrazione diventa spaventoso: a fronte di 10 lavoratori occupati, si hanno a mala pena 3 consumatori e mezzo. Sempre nel 2010, infatti, Bankitalia calcola in quasi 6 miliardi e mezzo l’ammontare dei soldi realizzati in Italia e spediti in Cina, in Turchia, in Bulgaria e Romania, in Moldova e in un’altra novantina di nazioni dei cinque continenti. In tempi di crisi, uno Stato può permettersi tanta generosità? Forse, sarebbe il caso di rifletterci, su questi dati e di proporre provvedimenti straordinari tesi a “nazionalizzare” almeno una parte di questi soldi, non sottraendoli a chi li guadagna legittimamente; bensì vincolandoli ai consumi interni. Chi viene a vivere e a lavorare in Italia, deve essere messo in condizione non solo di risarcire lo Stato – con le tasse e i contributi – di parte almeno di quanto lo Stato spende per loro; ma anche indotto a contribuire all’equilibrio economico, facendo sì che almeno due terzi di ciò che guadagna resti, tramite i consumi, entro i nostri confini.

Ciò sarebbe possibile mediante lo sfruttamento della legislazione nazionale in materia di monete complementari, istituendo a livello locale – province o regioni – l’obbligo di retribuzione mista per il lavoro degli immigrati. In altre parole, si dovrebbe convertire alla pari gli euro con una moneta complementare spendibile solo nella comunità in cui si vive e si lavora, nella misura almeno del 65% sull’ammontare dello stipendio.

La moneta complementare dovrebbe essere spendibile ovunque nel territorio di riferimento e garantita al 100% dal deposito in euro o in riserve preziose.

Per fare un esempio del funzionamento del meccanismo, un’azienda che avesse tre impiegati stranieri, con uno stipendio netto di 1000 euro al mese, dovrebbe pagare gli stessi con 350 euro al mese e 650 – definiamole così, per comodità – “lire complementari”. Queste lire andrebbero acquistate dall’ente gestore – la Regione, per esempio – con una semplice partita di giro.

La riserva di garanzia, poi, potrebbe essere valorizzata in diversi modi. Primo tra tutti, la “nazionalizzazione” del commercio dell’oro e dei preziosi “usati” che, di questi tempi, sta diventando un vero e proprio indicatore del tasso di impoverimento della Nazione. Acquistando oro all’80-85% del valore di mercato – una cifra ben più alta di quella offerta dagli speculatori delle micro-agenzie sparse per l’Italia – l’ente di gestione della moneta locale potrebbe aumentare in tempi rapidissimi il valore dei depositi, potendo emettere nuova moneta, con minor fabbisogno di euro.

Un altro esempio, per esemplificare quest’ultimo passaggio. Se un ente emette, nel primo mese di funzionamento del nuovo sistema, un milione di “lire complementari”, avendo incassato altrettanti euro dalle aziende che impiegano lavoratori immigrati, potrebbe acquistare oro usato per una cifra di pari valore. Se quell’oro è stato pagato l’80% del suo valore, però, automaticamente il deposito di garanzia delle “lire complementari” sarebbe del 120%, cioè, un milione e 200 mila euro. Dunque, il mese successivo, dovendo emettere un secondo milione di “lire complementari”, dovrebbe accantonare solo 800 mila euro.

La differenza potrebbe essere, a quel punto, impiegata per l’estinzione del debito pubblico, acquisendo – all’asta o direttamente dal Tesoro – titoli in scadenza a fine di estinzione. Non certificati di credito da riscuotere nel futuro, quindi, ma denari da restituire in via definitiva alla Banca centrale europea.

In prospettiva, mese per mese, mentre la garanzia – in oro o in altre materie preziose o pregiate – garantirebbero alla pari l’emissione e la massa circolante della “lira complementare”; i surplus realizzati andrebbero a ridurre lo stock di debito pubblico e, di conseguenza, gli interessi sulle singole tranches di debito via via in scadenza.

Infatti, in un ciclo virtuoso di questa portata e dimensione, non solo la riduzione dello stock porterebbe a una minore spesa per interessi sul debito; ma, determinando un’offerta sempre minore di titoli di debito dello Stato italiano sui mercati finanziari, determinerebbe anche una maggior solidità di quegli stessi titoli restanti, con un conseguente abbassamento degli interessi da pagare sulle singole emissioni di Bot, Btp e Cct.

Un consolidamento della “lira complementare” siffatto, poi, potrebbe anche promuovere una forma nuova di risparmio, coinvolgendo nel meccanismo la ricchezza nazionale delle famiglie.

Sperimentata la solidità del sistema, chi può permetterselo, potrebbe decidere di investire sui consumi del suo territorio, convertendo euro in “lire complementari” e aumentando non solo la massa di queste nel mercato locale a discapito dell’euro; ma dando la possibilità all’ente di gestione di realizzare plus-valenze sempre più importanti per accelerare l’estinzione o la riduzione drastica del debito pubblico.

Debito che, in termini di rapporto col prodotto interno lordo e dei parametri europei, subirebbe un ulteriore taglio grazie al naturale innalzamento del Prodotto interno lordo.

Anzi, a tale scopo potrebbero anche essere finalizzate le entrate da nuove attività ora non tassate o non adeguatamente considerate; da un potenziamento di attività pubbliche a rendita economica; da dismissioni o da confische giudiziarie.

Insomma, non solo tutela della ricchezza nazionale, ma anche introduzione di un sano principio di concorrenza nella circolazione monetaria – non più solo l’euro, ma l’euro e un complesso di monete locali, distinte per diffusione, ma informate agli stessi principi e regole –, contro cui il sistema bancario potrebbe anche protestare, ma tradendo (e smascherandosi) quei principi liberali e liberisti di cui si declama portatore.

Un provvedimento tutto sommato facile da attuare e senza inasprimento della tassazione – che, in questo frangente, avrebbe effetti depressivi e aggraverebbe quel rapporto debito-Pil che si pretenderebbe di combattere con nuove imposte – che, però, porterebbe un’infinità di vantaggi. Un provvedimento quanto meno da discutere – anche da precisare e migliorare se si vuole – e da sottoporre all’attenzione di tutti, non fosse per altro perché, discutendolo, gli italiani imparino a leggere con esattezza i numeri e i meccanismi finanziari della crisi che stanno vivendo, imparando così anche a individuarne i reali colpevoli.

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