LA NASCITA DELLA NOSTRA CIVILTÀ

Oggi ricorre il MMDCCLXVI anniversario della nascita di Roma.

Volgere il nostro sguardo a quell’atto simbolico  fondante la nostra Civiltà e i suoi princìpi cardine non è mero attività accademica o peggio, sterile nostalgica, ma fecondo esercizio identitario.

Il grande Pio Filippani Ronconi con queste parole celebrava il valore spirituale di Roma:

Sono gli Dei che ci hanno spinto a nascere in questo momento in questa cultura e in questo popolo. E dobbiamo, in un certo modo, restituire a Loro la grazia che Essi ci hanno dato. E’ necessario far rinascere la nostra razza, perché la nostra razza è stata sovente confusa con una razza animale. Noi non siamo degli animali. E anche se avessimo il volto di pellirossa o di persiani o di polinesiani, noi siamo Romani, perché abbiamo, prima di nascere, eletto di essere Romani. Altrimenti non saremmo nati Romani. E anche non parlo di Roma come città , ma dico Roma come realtà spirituale.

A seguire uno scritto che ci rimanda a quel Mito e ai princìpi della nostra Civiltà.

Buon Natale!

Baltikum

21 Aprile, la Difesa di un Confine.

20 aprile 2013

 Il 21 Aprile è una ricorrenza poco conosciuta nell’Italia odierna, seppure ne sia l’ideale e fisico pilastro fondante della sua civiltà millenaria. La civiltà italiana ed europea acquisivano, a quel tempo inconsapevolmente uno dei suoi principali fondamenti, la nascita di Roma, la città che nacque in un giorno. Non ci si soffermerà qui, come altri giustamente ed in altre sedi faranno, riguardo all’importanza di una data che segna l’inizio di un’entità politica che diverrà poi Impero Romano, con tutte le sue importanti conquiste nel campo del diritto, della civiltà o della scienza bellica. Chi scrive vuole soffermarsi invece sulla nascita dello Spirito Romano, un autentico modo di pensare, contadino e guerriero, che senza dubbio era presente e vivo nelle civiltà presenti sul suolo della penisola prima di Roma, ma che troverà, da quel giorno in avanti, un modello di vita e pensiero incarnato e veicolato da una società dinamica e viva con Istituzioni, prima tra le quali l’Esercito, che avevano lo scopo primario di difenderne l’essenza. Come abbiamo ricordato l’Essenza della cittadinanza romana era, almeno in epoca arcaica, un connubio tra numerosi elementi, i quali non potevano prescindere dall’assoluta origine italica, dalla proficua pratica del lavoro e dall’attività guerriera. L’ideale romano si incarna dunque perfettamente in quel Cincinnato che, pur attivo nell’attività politica convenzionale della Roma del suo tempo, non rinunciava affatto alla sua professione di agricoltore e, quando lo Stato lo richiese, di esperto militare. Vogliamo qui soffermarci su di una precisazione, per l’Uomo Romano, padre e ascendente DIRETTO dell’Italiano odierno, agricoltura e arte militare non sono una alternativa ad un’attività politica. È opportuno comprendere che all’epoca così come la Religione non era assolutamente intesa come una materia svincolata dalla gestione dello stato (l’idea di stato laico era assolutamente aliena all’uomo antico) anche il Lavoro e la Guerra erano parte fondante e inscindibile di quello che era l’organismo statuale, non solo a Roma, ma in tutte le altre civiltà europee. Religione, Guerra e Lavoro erano dunque i tre pilastri fondamentali dell’antico stato romano, e tutte e tre, avevano come punto focale l’idea di Suolo.

Nell’ottica antica, il sacerdote operava in modo da costruire ponti tra il cielo ed il suolo patrio (da qui il sostantivo Pontefice), il guerriero combatteva per difendere il Suolo patrio e l’agricoltore donava il suo sudore affinché il suolo della Patria potesse sfamare e nutrire tutti i figli, in un’armonia perfetta quanto semplice. Non a caso, una società di questo genere viene originata da una cerimonia che ha il suolo al suo centro, e nella sua essenziale e silente compostezza, ben ci può ispirare e chiarire quali siano infine quelle armonie e quei patrimoni ideali che vivono nel nostro sangue di italiani. Il celeberrimo rito di Fondazione della città avviene con il tracciato del Pomerio, il sacro ed inviolabile quadrato primigenio destinato ad essere il cuore pulsante del nuovo abitato; pur trattandosi della fondazione di una nuova città, il rito avviene secondo un antichissimo costume italico secondo la legge dei padri dei romani, che a loro volta sono nostri legittimi padri. La fedeltà alla Legge degli Avi non è dunque qualcosa di artefatto o moderno, ma una precisa caratteristica inscritta nella nostra storia fin dalle epoche più remote, quando ancora l’umanità poteva dirsi assai giovane. Romolo, il primo re di Roma, traccia con un aratro il confine inviolabile della sua città, egli è il Re e dunque non solo il primo comandante militare di Roma, ma il primo uomo pronto a morire per la difesa della sua Patria.

Ma allora ecco che interviene l’elemento che turba l’equilibrio, quel Remo che, sangue del sangue del fondatore, fratello gemello di Romolo, “con ludibrio e scherno” salta oltre i sacri solchi appena tracciati dal Re, violando il confine. Come finì quell’episodio è noto a tutti, Romolo, legittimo re, non si commuove e uccide colui che viola il confine: suo fratello.

Si sono date molte letture dell’episodio, spesso ideologizzate o influenzate da canoni di visione moderni e parziali. Il nostro si sforza di essere quanto più fedele al modo Romano di intendere la questione. Romolo è un sovrano che ama il futuro popolo di Roma, e quel popolo desidera e cerca la protezione che ci si aspetta da un’Autorità. Nonostante entro i sacri confini non abiti ancora nessuno Romolo punisce con la morte il primo invasore di Roma, che pure non era straniero. Il primo atto di guerra di Roma è, possiamo dirlo, l’uccisione di un invasore, la difesa di un confine sacro, che simboleggia tutti i confini entro i quali vivono e devono vivere liberi cittadini italico-romani. È stato l’odio per il fratello gemello a muovere la mano di Romolo? Fu per caso un atto d’ira personalistico all’idea di vedere il proprio potere sbeffeggiato? Sappiamo oggi che non fu nulla di simile. Il Dovere mosse la mano di Romolo. Come poteva, il buon re di Roma, odiare il fratello con il quale era cresciuto allattato dalla medesima lupa tra le paludi latine? Ma il dovere di proteggere il proprio popolo, la propria gente, viene prima di qualsiasi fratellanza, proprio perché il romano di allora, in virtù della medesima origine, vedeva il proprio fratello in qualunque cittadino e non solo nelle persone all’interno della medesima cerchia gentilizia. Remo è dunque, all’interno di Roma, un cittadino come gli altri, che non ha diritto a particolari “sconti di pena” nel caso venga a violare una norma, e la pena viene immediatamente e sacralmente applicata senza esitazione. Il Romano dunque per proteggere il suo mondo era pronto a sacrificare persino il fratello gemello, se esso metteva in pericolo la salute e la libertà dei compatrioti. Noi Italiani di oggi, legittimi discendenti di Romolo, abbiamo il dovere di meditare sul reale atto fondativo della nostra civiltà e del nostro modo di pensare.

“Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea”

“Questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie difese”

Queste le parole che, secondo Livio, furono pronunciate da Romolo dopo quell’episodio.

Remo è il primo caduto sotto il ferro romano, ed l’atto è stato religioso, militare e giudiziario al contempo ed in egual misura. Il primo atto militare di Roma dunque non è offensivo, come si potrebbe pensare per una città che darà origine ad un sì grande impero, bensì difensivo. Questo particolare è essenziale per comprendere il messaggio di Roma e per rielaborarlo in chiave odierna per noi, Italiani di oggi. L’Italiano, dunque, per sua Natura (quando allora era concesso al nostro Popolo di vivere secondo natura) e per Storia ha in sé connaturata l’Idea di difesa del proprio popolo e non di offesa o prevaricazione né tantomeno dell’odio dell’altro, esso ha come bene principale, fin da quel lontano 753 a.C., la tutela e la sicurezza delle famiglie che vivono entro i suoi sacri confini tracciati.

L’atto della difesa, per quanto comporti sacrifici, anche tragici, come nel caso di Remo, è essenziale, necessario, diviene addirittura obbligo religioso irrinunciabile. L’Italiano di oggi mediti su questo, poiché Roma è, ancora oggi, riconosciuta come madre indiscussa degli italiani, e Roma nasce quel giorno, con quel colpo di spada e quel solco d’aratro. Si mediti su chi, oggi, “con ludibrio e scherno” si comporta come l’empio ed irrispettoso Remo, si mediti oggi sul fatto che Roma venne fondata, ma non venne mai “dis-fondata”, per quanti millenni siano passati oggi da quel giorno, quell’atto fondativo rimane a tutt’oggi valido.

Il Romano e dunque l’Italiano hanno come primo compito il garantire la libertà dei propri compatrioti, senza odio, senza razzismi, ma con fermo amore per le proprie genti, per le proprie consuetudini e famiglie. Noi, Italiani di oggi, possiamo ancora allontanare gli empi dai nostri confini senza spargere sangue o gettare lutti tra di noi ed è nostro convincimento cercare in ogni modo di proteggere la nostra gente perseguendo metodi pacifici ma radicali, che non lascino spazio a dubbi riguardo alla nostra volontà di rimanere fedeli ad una parola stabilita in epoca arcaica, poiché la fondazione di Roma è anche un patto col popolo romano, e quel popolo esiste ancora, anche se non esistono più le istituzioni, lo stato e l’esercito romano. Quel sangue vive ancora i noi, nostro compito è proteggerlo e tutelarlo, poiché l’Italia non nasce né con Garibaldi né tantomeno con De Gasperi, ma con Romolo

Italicus

FONTE: http://generazione-identitaria.com/2013/04/20/21-aprile-la-difesa-di-un-confine/

Romolo

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