TFR IN BUSTA PAGA

Vera opportunità o ennesima fregatura?

Dal primo marzo 2015, salvo cambi d’idea dell’ultimo secondo, tutti i lavori dipendenti si troveranno a dover scegliere se avere la quota mensile di Tfr direttamente in busta paga o lasciarlo accantonato per il futuro; il tutto con lo scopo di aumentare i consumi e, secondo il nostro Governo, aiutare tutte quelle persone che attualmente hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, dimenticandosi per l’ennesima volta di pensionati, lavoratori atipici e partite iva, e provando a fare bella figura sostanzialmente con i nostri soldi.

Tale scelta è apparentemente semplice: ci dà nell’immediato l’opportunità di avere un netto in busta paga più alto a fine mese, se però i cittadini si prendessero il disturbo di scavare un po’ più a fondo ne emergerebbe che tale opzione porta con se una serie di implicazioni nell’immediato e per il futuro di non poco conto; se poi i normali mezzi di informazione ci aiutassero facendo vera informazione magari staremmo tutti un po’ meglio.

In un periodo di gravissima sofferenza di liquidità trovo assurdo chiedere alle aziende un ulteriore esborso finanziario annuale di minimo € 1200,00/1300,00 a dipendente; la stragrande maggioranza delle imprese sarà costretta ad indebitarsi ulteriormente, magari anche a tassi agevolati, ma sempre di un aggravio di costi si tratta. E se, come è probabile, tale aggravio di costi e tale carenza di liquidità portasse alla chiusura di molte piccole imprese? Ha senso aver avuto per qualche mese uno stipendio un po’ più alto per poi trovarsi disoccupati?

Molti potrebbero obiettare che si tratta di soldi nostri che le aziende dovrebbero accantonare annualmente, vero, ma tutti sappiamo che da un punto di vista pratico non c’è un vero accantonamento e mi permetto di sottolineare che si mangia con la pratica e non con la teoria. Ma anche volendo ignorare per un momento i problemi che un simile provvedimento potrebbe portare alle aziende e guardando solo il nostro portafoglio, siamo proprio così sicuri che ci convenga?

Nel lungo periodo dobbiamo considerare che, una volta accantonato, il nostro Tfr viene rivalutato annualmente del 1,5 + 75% dell’indice Istat, cioè con un’inflazione annua del 2,5% il nostro Tfr si rivaluta del 3,37% e, ai giorni nostri, sfido qualunque investimento a capitale garantito ad avere un simile rendimento, senza considerare il fatto che per molti è l’unica forma di risparmio possibile. Inoltre tale rivalutazione sconta una tassazione agevolata del 11%, nettamente più bassa di quanto si paga sui rendimenti di qualunque investimento. A tutto ciò si rinuncia se si decide di avere la quota in busta paga. Va poi considerato anche che se si opta per il Tfr in busta paga, in caso di perdita del posto di lavoro, eventualità purtroppo oggi non remota, il lavoratore perde l’unico paracadute che gli permette di sopravvivere dal momento della fine del rapporto di lavoro fino a quando l’Inps eroga l’indennità di disoccupazione perché, se è vero che il lavoratore ha diritto alla disoccupazione dall’ottavo giorno successivo alla fine del rapporto lavorativo, è altrettanto vero che materialmente la stessa viene erogata, se va bene, non prima di tre mesi dalla data della richiesta, questo per i tempi tecnici necessari all’Inps per effettuare i controlli e disporre i bonifici. E in quei tre mesi come mangia e paga l’affitto o il mutuo una famiglia?

Se poi abbiamo l’enorme fortuna di avere un lavoro stabile da anni oltre alla perdita della rivalutazione dobbiamo tener presente altri due aspetti. Il primo è che se si è optato per conferire il Tfr ad un fondo pensione, il non versare per tre anni per avere il Tfr in busta paga comporta la perdita anche della quota versata al fondo dal datore di lavoro e, di conseguenza, in futuro si avrà una pensione più bassa. Ma fino a qualche anno fa non hanno fatto di tutto e di più per convincerci che versare il Tfr ad un fondo pensione integrativo era l’unico modo per avere un futuro dignitoso? Inoltre nessuno si è degnato di spiegare gli effetti che la scelta avrà sulla possibilità che ha il lavoratore, dopo 8 anni di anzianità lavorativa, di chiedere un anticipo sul Tfr; saranno conteggiati i 3 anni in cui non si accantona il Tfr o no? Questione non di poco conto visto che gli anticipi ci evitano di chiedere finanziamenti in banca, ammesso e non concesso che le banche li concedano, per motivazioni fondamentali quali acquisto prima casa per sé o per i figli, spese sanitarie, spese da sostenere durante la maternità facoltativa o permessi presi per motivi di studio.

Valutando poi gli effetti sull’immediato la quota di Tfr andrebbe a sommarsi al reddito aumentandolo e questo potrebbe comportare un aumento delle imposte che si pagano: parlando di numeri se grazie o a causa della quota di Tfr si supera la soglia dei 15.000,00 euro annuali, si passa da una tassazione al 23% ad una al 27%, se si passano i 28.000,00 euro si arriva al 38% (e specifico che 28.000,00 euro annui lordi equivalgono a circa 1.500,00 netti al mese quindi non si parla di stipendi stratosferici) mentre di solito il Tfr, quando liquidato a fine rapporto di lavoro, è tassato con aliquote inferiori. Inoltre un tale aumento di reddito comporterà una diminuzione delle detrazioni spettanti, diminuzione degli assegni per il nucleo familiare e aumento del livello ISEE, cioè quella dichiarazione indispensabile al fine di ottenere qualunque servizio scolastico, e non solo, pubblico che si finirebbe per pagare in più. Si stima che per una normale famiglia di tre persone, con reddito annuo di circa 25.000,00 euro si avrebbe una perdita di agevolazioni pari a circa 230,00 euro annui senza contare gli eventuali aggravi di costi di rette asili nido, mense scolastiche, bus per studenti, tasse universitarie, ecc. Per assurdo una tale previsione, così come concepita oggi, andrebbe a penalizzare maggiormente le famiglie più numerose che sono proprio quelle alle quali qualche euro in più in busta paga farebbe più comodo e quindi quelle più propense ad esercitare l’opzione. Certo qualcosa in più a fine mese resta comunque, ma ogni famiglia deve fare attente valutazioni tra vantaggi e svantaggi di una scelta che, è bene ricordare, una volta presa ci vincola per tre anni senza possibilità di cambiare idea. Ricordiamoci inoltre che i vantaggi sono immediati ma gli svantaggi, e io qui ci ho sempre visto una bella furbata in vista delle prossime elezioni regionali, inizieremo a capirli e subirli dalla dichiarazione dei redditi da presentare nel 2016 e quindi ce li porteremo dietro fino al 2019.

Vorrei anche sottolineare che attualmente le aziende con più di 50 dipendenti versano annualmente la quota Tfr dei loro dipendenti all’Inps, secondo i dati della CGA di Mestre parliamo di un flusso finanziario di circa 12 miliardi l’anno: come si sopperirà alla mancanza di liquidità che avrà l’istituto previdenziale se una parte di questi miliardi non confluirà più nelle sue casse ma nelle buste paga dei lavoratori?

In conclusione, per ognuno la scelta non è poi così semplice e neutra come stanno tentando di farci credere, ma andrà ponderata con riguardo al caso concreto, se poi fosse così neutra anche per le aziende qualcuno mi spiega perché tale provvedimento vale solo per i dipendenti privati e non per i pubblici?

Al pari del “bonus” di 80 euro, che poi è un’ulteriore detrazione e non un bonus, siamo nuovamente in presenza di un provvedimento che dà di più a chi già ha di più, più è alto lo stipendio e più è alta la quota di accantonamento Tfr, non tiene minimamente conto dei carichi famigliari, anzi li penalizza, e dimentica intere categorie  di cittadini in stato di grave necessità; un provvedimento che vuole farci credere che ci viene dato qualcosa mentre per l’ennesima volta va a mettere le mani nei nostri risparmi mettendo talvolta a rischio il nostro futuro. Ma ne vale veramente la pena?

Raffaella Trevisan

(C.A.F. Domus Scaligera)

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