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ITALIA-AFGHANISTAN: ALCUNE CONSIDERAZIONI

La ritirata delle truppe americane dall’Afghanistan completata da Biden, portata avanti da Trump con gli “accordi di Doha” ma voluta, inizialmente, da Obama anche dopo la cattura e uccisione di Osama Bin Laden (fatti probabilmente mai avvenuti così per come ci sono stati raccontati), (ri)porta alla luce le spigolose ma alquanto delicate geometrie geopolitiche legate a quel territorio.

L’apparente uscita di scena degli americani – calcolata, giusto sottolinearlo – dev’essere pure valutata alla luce di un cambio di obiettivi-necessità-priorità: ora lo sguardo loro è rivolto verso la Cina e l’area – divenuta scenario sempre più centrale per la definizione degli equilibri a livello internazionale – dell’Indo-Pacifico (basti pensare alla strategia di accerchiamento cinese col Pivot to Asia varata nel 2011 – sotto la presidenza Obama – e mirante all’accerchiamento del gigante asiatico, o al più recente patto di sicurezza trilaterale AUKUS, firmato da Australia, Regno Unito e Usa per fronteggiare l’espansionismo del Dragone, ma a discapito anche di interessi europei, in particolare francesi in primis, ed in parte anche italiani), come sottolinea l’agenzia di stampa “Asia Times” in un articolo del 19 agosto dal titolo «Afghan retreat enables full US ‘pivot’ to Asia History shows a US withdrawal in one part of the world usually means new concentrated engagement in another» in cui si specifica, inoltre, che «disengagement from Afghanistan was necessary and will provide the United States the opportunity to focus squarely and precisely on the future maintenance of its position in Southeast Asia and the Indo-Pacific as a whole».

In questo sottile e fragile contesto non dobbiamo tralasciare il ruolo svolto da Turchia, Iran, Pakistan, e la non casuale permanenza a Kabul di ambasciate quali la russa e la cinese.

Soffermandoci però sul ruolo dell’Italia dopo vent’anni di presenza in quella che veniva definita “War of necessity” (che ha visto il ritorno dei nostri militari in imbarazzante ed indecente sordina, se confrontato per esempio con la “vittoria pubblicizzata” del rimpatrio di Silvia Romano), si pongono importanti interrogativi sulla politica estera attuata dai nostri governanti.

Che questa sia poco lungimirante (se non addirittura latitante) ormai da anni – quantomeno dalla fine della prima Repubblica – è sotto gli occhi di tutti quelli che riescono a vedere oltre il proprio naso; il susseguirsi di “governi tecnici e l’inadeguatezza di chi questo ruolo lo riveste – ultimo in ordine cronologico, “Giggino” Di Maio – hanno un peso di responsabilità non indifferente, anche se non rappresentano, ovviamente, le uniche cause.

Tralasciando incapacità (impossibilità?) decisionali dei nostri governanti, non dobbiamo dimenticare l’importanza che l’Afghanistan riveste sotto più punti di vista.

Dalla Belt and Road Initiative (BRI) – portata avanti dalla Cina ma che ci vede in prima linea per la nostra collocazione strategica sul Mediterraneo – allo sfruttamento delle cosiddette Terre Rare, la “questione afgana” riveste aspetti di grande rilevanza geopolitica.

Quell’area geografica strategica ci dovrebbe vedere, come Italia in primis (ma meglio sarebbe come Europa in un quadro di unità politica del continente), presenti e protagonisti.

Sarebbe forse anche un modo per tributare il dovuto rispetto agli oltre 50 militari morti e alle centinaia di feriti nel corso della ventennale (e apparentemente insensata a meno che non si voglia dar bado alle stupidaggini sull’esportazione di democrazia o altre verbali cortine fumogene) presenza militare italiana nella cosiddetta “tomba degli imperi”.

In questo quadro non andrebbero poi ignorate le importanti relazioni bilaterali con il confinante Turkmenistan, per l’importante opera del gasdotto TAPI; i rapporti tra Roma e Ashgabat sono molto buoni tanto che l’Italia è il loro più grande partner economico europeo.

Sempre per rimanere nella regione, importante è poi la continua collaborazione con il più prolifico (economicamente parlando) degli Stati in via di sviluppo, cioè il Kazakistan, di cui l’Italia è il secondo partner commerciale import/export (secondo come volume solo alla Russia) e dove, oltre all’estrazione mineraria che vede l’Eni già operativa, importanti prospettive possono arrivare dal settore agricolo dove la ricerca di competenze da parte del Governo di Nur -Sultan può portare ulteriori vantaggi economici anche alla nostra nazione.

Aspettarsi troppo dai vertici del nostro governo sarebbe, lo sappiamo, illusorio; basti pensare al non ancora intrapreso sfruttamento (in ottica di transizione energetica) degli importanti giacimenti di antimonio e titanio presenti in Liguria e Toscana.

Mettiamoci in testa che non esistono attività umane a impatto zero, e se si rimane sempre alla finestra non si conclude nulla.

Risultanze economiche e contratti devono essere portati avanti in una rinnovata ottica di potenza, scrollandosi di dosso la ipocrita pretesa di inculcare culture aliene agli altri, ma consapevoli del nostro potenziale ruolo nel mondo, come italiani e, si auspica, come europei.

Per buona pace dei sovranisti filo-atlantisti l’Italia deve guardare al versante opposto all’Occidente…

Johnny Z.

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