NESSUN PARIFICAZIONE TRA ENEA E GLI ODIERNI PROFUGHI

LETTERA AL DIRETTORE DE L’ARENA

Enea, il protagonista dell’Eneide, indiscusso capolavoro del vate della romanità, Virgilio, rappresenterebbe – secondo la reinterpretazione di taluni – l’illustre prototipo del «migrante». Una rilettura che è nella migliore delle ipotesi frutto di superficialità ed ignoranza, nella peggiore, interessata opera di mistificazione.

A questa tendenza non ha resistito anche il quotidiano veronese L’Arena, in un articolo di alcuni giorni fa, a cui ha voluto indirettamente rispondere il nostro coordinatore provinciale Luca Zampini.

In Enea, che lascia Troia ormai distrutta ed irrimediabilmente perduta, vi è l’etica dell’origine che è allo stesso tempo destino. Egli porta con sé il padre Anchise ed il figlioletto Iulo/Ascanio. Anchise ha messo in salvo le immagini sacre dei Penati (ossia i protettori della patria ormai annientata), quindi il legame con la tradizione dei padri; il piccolo Iulo/Ascanio è invece la continuazione del sangue, della stirpe. Memoria delle origini e volontà dell’avvenire reca con sé quindi Enea, non i cellulari di ultima generazione di baldi stranieri nel fiore della giovinezza, in teoria presunti “profughi di guerra”, ma nella stragrande maggioranza dei casi vittime delle lusinghe di uno stile di vita di un Occidente americanizzato che si è fatto sempre più mondo; scaltri aspiranti alla “bella vita” a buon mercato e con qualsiasi mezzo.

Enea, giusto per fare un parallelismo, se fosse stato mosso dagli stessi impulsi dei moderni migranti, avrebbe potuto rimanere in Africa e sposare la regina di Cartagine Didone, che con le nozze gli avrebbe garantito il regno e la potenza, ma egli, conformemente alla sua qualità di «pius» non tradì il suo mandatum, la sua missione, la sua natura eroica.

Proporre banali parallelismi e insussistenti analogie ignorando il valore del mito fondativo e informatore che vi è in un’opera come l’Eneide è davvero un pessimo servizio reso alla cultura, in primis a quella di noi italiani ed europei.

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LETTERA AL DIRETTORE DE L’ARENA

NESSUN PARIFICAZIONE TRA ENEA E GLI ODIERNI PROFUGHI

 

Sabato 27 luglio 2019

Egregio Direttore,

mi è capitato recentemente di leggere sul quotidiano L’Arena “Siamo tutti discendenti dell’antico migrante”, un articolo apparso nell’edizione di martedì 9 luglio a pag. 41, rubrica CULTURA&SPETTACOLI.

L’articolo in oggetto prende spunto dalla recente uscita di “L’Eneide di Virgilio” (Emons Edizioni), un audiolibro suddiviso in 2 cd dello scomparso Vittorio Sermonti (scrittore, traduttore, dantista, regista televisivo e teatrale, fratello del noto genetista Giuseppe e dello storico e politico Rutilio).

A catturare la mia attenzione l’improbabile titolo, e un passaggio (dell’articolista?) per me assai opinabile che sembra occhieggiare – nemmeno troppo velatamente – alla forzosa tendenza di rileggere la storia di Enea come “(…) la nostra storia, tutti figli di emigranti (…)” facendo un parallelismo davvero improprio tra le gesta del «pio Enea» e “(…) quel che accade giornalmente nel Mediterraneo ormai da molti anni con tanti arrivi sulle nostre coste (…)”. In sostanza: Enea precursore della figura del migrante perseguitato che fugge dalla guerra.

A tal proposito va detto che già nel Proemio Virgilio usa sì l’epiteto profugus  (termine traducibile però anche come esule o errante, non solo fuggiasco, e quindi dal significato più ampio di quello univoco che gli si vorrebbe interessatamente attribuire) per designare Enea diretto verso i lidi italici, ma è la parola fato inserita tra Italiam e profugus a dare le tinte autentiche alla volontà sovrannaturale della ineluttabile missione affidata ad Enea.

«Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris / Italiam, fato profugus, Laviniaque venit / litora, multum ille et terris iactatus et alto / vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram, / multa quoque et bello passus, dum conderet urbem, / inferretque deos Latio, genus unde Latinum, / Albanique patres, atque altae moenia Romae. (…)»

«Armi canto e l’uomo che primo dai lidi di Troia / venne in Italia fuggiasco per fato e alle spiagge / lavinie, e molto in terra e sul mare fu preda / di forze divine, per l’ira ostinata della crudele Giunone, / molto sofferse anche in guerra, finch’ebbe fondato / la sua città, portato nel Lazio i suoi dei, donde il sangue / Latino, e i padri Albani e le mura dell’alta Roma. (…)».

La tesi veicolata nell’articolo in questione è la stessa contenuta in un libro (che tra l’altro lo pretendeva distribuito nelle scuole) promosso lo scorso anno dall’agenzia ONU Unhcr: “Anche Superman era un rifugiato”.

Sembra di leggere l’ex segretario del Pd Matteo Renzi in una lettera inviata recentemente a Repubblica: «L’Italia è terra di migranti. Il mito di Roma nasce da un migrante, l’Impero è storia di inclusione, il Rinascimento è figlio della curiosità. L’Italia è aperta da secoli. E i nostri nonni soffrivano chiudendo la valigia di cartone con lo spago mentre lasciavano il Veneto o la Calabria. Chi nega questa storia è un ignorante che tradisce i valori del Paese».

Certo, lo capisco, questa è una chiave di lettura, o meglio, una fantasiosa ricostruzione, assai gradita a Soros, alle autoproclamate élite illuminate e moralmente superiori (ben rappresentate dal Pd); una chiave di lettura che è sicuramente di casa nelle parrocchie della retorica globalista prêt-à-porter, ma che di attuale ha davvero poco se non la tendenza oggi prevalente in ambiti (poco) culturali e (molto) militanti. Teoria immigrazionista che cerca conforto, stravolgendoli, in esempi tratti dalla cultura classica.

Tralasciando ora la mia palese e dichiarata avversione alle politiche immigrazioniste, e tornando più specificamente all’articolo in questione, in un passaggio vi si cita una frase della regina Didone: «La sorte volle che anch’io, travolta da molti dolori simili, in questa terra infine mi fermassi, non inesperta di mali so soccorrere gli infelici». Ebbene, sarà cosa sgradita alle contemporanee anime belle, sapere che Enea portò dei doni alla regina di Cartagine, non presunti e tutti da verificare “arricchimenti culturali”; suonerà parimente stonato alle orecchie di coloro che si alimentano quotidianamente con la “pappa del cuore”, il fatto che l’eroe troiano, dopo un iniziale cedimento passionale verso Didone, richiamato duramente da Mercurio – il messaggero del Padre degli Dei – , seppur lacerato nell’animo dall’amore, salpò nuovamente alla volta del Lazio, tornando così con fermezza al proprio dovere e alla missione fatale assegnatagli.

Mi sento quindi in obbligo di sottolineare che, quello di Enea fu un viaggio di fondazione non di fuga, fu un ritorno a casa («Sono il pio Enea, noto per fama oltre i cieli, e con la flotta mi porto appresso i Penati scampati al nemico. Cerco la Patria Italia e gli avi miei»); un viaggio iniziatico per il compimento di una volontà divina.

“Patria Italia”, afferma Enea, non un luogo qualsiasi per una vita migliore!

Lo ricorda giustamente anche lo scrittore Emanuele Merlino in un articolo (“Io, Enea in cerca degli avi miei”) apparso in “Cultura Identità (maggio 2019, Anno I – Numero IV, pag. 23), allegato mensile de Il Giornale.

“(…) Lotta fino a che è lo stesso Ettore, in sogno, a dirgli di andarsene perché non c’è davvero più niente da fare per la città se non salvarle l’eternità portando con sé i Penati – gli Dei protettori – per fondare una nuova Troia. Una nuova Troia che però potrà nascere solo su una terra custode di radici antiche e comuni rese nuovamente vive dal sangue troiano.

Perché anche Troia era stata fondata da guerrieri. Dalla stirpe del re guerriero Dardano da cui poi sarebbero discesi Priamo e lo stesso Enea. E Dardano veniva da Corinto. Oggi Corneto di Tarquinia nel Lazio. Enea è quindi. come tutti i Grandi, sia figlio che padre di una civiltà. (…)”.

Prima Omero nell’Iliade, ed in seguito Virgilio nell’Eneide, ci dicono che Enea appartiene alla stirpe di Dardano (così come vi appartiene la famiglia reale di Priamo). Ma chi è dunque Dardano? Dardano, figlio di Giove e della pleiade Elettra, nato, appunto, a Corito, nei pressi della città etrusca di Tarquinia, divenuto un capo militare, guida i suoi uomini fino in Asia Minore (antica usanza dei primi popoli indoeuropei quella della migrazione guerriera, la ver sacrum/primavera sacra presso diversi popoli dell’Italia antica); arrivato a Lemno (isola del Mar Egeo non distante dal sito della città di Troia) sposerà Batiea, chiamata anche Myrina (e casualmente “Myrina” è pure il nome gentilizio di una famiglia proprietaria di una tomba a Tarquinia…).

Sulle coste dell’odierna Anatolia, Dardano fonda la città di Dardania e genera Erittonio, nella cui discendenza figura il celebre Priamo e di conseguenza anche Enea, giovane cugino del re di Troia.

Come può Enea essere definito un rifugiato in Italia se il fondatore della sua stirpe vi era nato?

Vogliamo ignorare (quindi non leggere) Venere quando dice al figlio che il sangue teucro deve tornare all’origine (1, 236)?

Vogliamo ignorare il pio Enea quando dice: «Cerco la patria Italia, e la culla della mia razza / discesa dal sommo Giove / (…) seguendo i fati prefissi» (1, 380-382)?

Vogliamo ignorare quando nel terzo libro Apollo esorta i troiani a far ritorno nella terra che li generò: «Antiquam exquirite matrem (Cercate l’antica madre)»?

Enea non è affatto il prototipo del povero rifugiato fuggito dall’orrore della guerra; egli la guerra l’ha combattuta di persona per dieci anni, fino alla fine di Troia, che lasciò su indicazione degli oracoli e dei suoi Dei. Virgilio non casualmente chiama Enea – contrariamente a tutti gli altri eroi – pio (pius), termine che indica la capacità di rimanere fedele alla parola data o ai principi nei quali crediamo.

Quando il fantasma di Ettore appare in sogno ad Enea, esortandolo a fuggire per trovare una nuova terra, egli, con la città sull’orlo della distruzione, risponde emblematicamente: «pulchrumque mori succurrit in armis, (la più bella morte è quella con le armi in pugno)» (Libro II, v.317).

La figura di Enea è l’archetipo dell’uomo obbediente agli Dèi e umile di fronte alla loro volontà, altro che quella dei “migranti” contemporanei.

Vittorio Sermonti, dall’alto della sua eccellente e vastissima cultura, riteneva essere l’Eneide tra «i dieci grandi libri dell’umanità»; sicuramente mi permetto umilmente di aggiungere, lo è tra quelli della cultura e della civiltà europea di cui è tra i pilastri.

La lettura dell’Eneide – al pari dell’Iliade e dell’Odissea – rappresenta un esercizio di formazione spirituale, e il viaggio dell’eroe virgiliano è un ritorno alla terra di appartenenza con buona pace della profonda dimenticanza di noi stessi, delle origini storiche e mitiche degli italiani.

Luca Zampini

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