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UNA SCELTA “AZZARDATA” PER IL LAVORO

È proprio di questi giorni, la notizia che le trattative tra la Coldiretti, l’ambasciata italiana a Rabat (Marocco) e il governo di re Mohammed VI, si sono concluse con l’assunzione di braccianti provenienti dal paese nordafricano. Analoga operazione era stata portata a termine lo scorso anno.

Nella nostra provincia si tratta di lavoratori che opereranno nella Bassa, soprattutto per la raccolta di tabacco e pomodori in serra.

Tutto ciò parrebbe essere oramai prassi “normale”…

Non si tratta qui di mettere in discussione il livello di specializzazione dei succitati lavoratori agricoli nordafricani; nemmeno il fatto che in agricoltura non ci si improvvisa dall’oggi al domani nello svolgimento di alcune attività; e nemmeno che i tempi di lavorazione e di raccolta in ambito agricolo non possono seguire i ritmi della burocrazia e della politica.

Quello che però qui ci si chiede è se deve sussistere la priorità del ricorso “obbligatorio” a manovalanza marocchina o comunque straniera.

Ci sono operatori del mondo agricolo che si chiedono perché si continua a favorire solo la manodopera straniera.

Nel solo Veneto, nel 2020 la manodopera straniera nel settore primario ammontava ad oltre 8.000 unità, a fronte di 13.000 posti di lavoro persi nella nostra regione; perdite che hanno interessato più comparti produttivi.

Forse qualcuno ricorderà nel recente passato l’ipotesi avanzata da più voci (anche all’interno delle associazioni di categoria), dell’utilizzo dei percettori del reddito di cittadinanza.

Sempre qualcuno forse ricorderà anche che alcune sigle di categoria avevano ideato delle piattaforme in rete, sia per raccogliere adesioni circa la disponibilità a lavorare in ambito agricolo, sia per mettere in contatto datori di lavoro e candidati. Le percentuali di adesione da parte di italiani si erano rivelate decisamente sorprendenti e in controtendenza rispetto alla manfrina che “certi lavori gli italiani non li vogliono fare”.

Noi di certo non abbiamo dimenticato l’esito fallimentare della maxi-sanatoria – fortemente voluta dall’ex Ministro delle politiche agricole, Teresa Bellanova – per la regolarizzazione dei cosiddetti “invisibili”; iniziativa di natura prettamente ideologica, attuata per mero scopo propagandistico.

Una sanatoria fortemente criticata proprio dalle associazioni di categoria che da un lato esprimevano le loro perplessità in merito, giudicandola sostanzialmente inadeguata e non risolutiva, dall’altro continuavano a chiedere – inascoltate – flessibilità e snellimenti burocratici, corridoi verdi e possibilità di ricorrere all’assunzione di persone che beneficiavano del reddito di cittadinanza.

Oramai da oltre un anno l’Italia, così come l’occidente più industrializzato, a causa dell’emergenza sanitaria sta attraversando una crisi di proporzioni gigantesche sia in termini sociali che economici; il mercato, ma anche l’occupazione, hanno registrato una battuta d’arresto senza precedenti.

Per far fronte alla crisi occupazionale e rimettere in moto l’economia nazionale, sarebbe così sbagliato dare “ossigeno” al precario o disoccupato italiano o utilizzare i percettori di sussidio (Rdc)?

Quali interessi si andrebbero a ledere? Quali sensibilità politiche si andrebbe ad urtare?

Quali spettri dovrebbe mai evocare la difesa del bracciante italiano?

Qualcuno, è evidente, preferisce allevare generazioni passive che attendono sul divano un sussidio statale.

Noi, al contrario, auspichiamo che gli italiani – con una paga adeguatamente retribuita e un monte orario “umano” – possano tornare ad avvicinarsi al mondo agricolo.

Ma per puntare a questo, occorre una virata sulle politiche agricole che non potrà venire da chi ci governa!

Giamma

Progetto Nazionale – Verona

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